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KIEV STINGL "Meine sterne fallen"
(2026 )
Sospeso a mezzaria in quel limbo tra sogno e realtà, dove l'arte crea e venera i suoi molti dèi minori, destinati ad una qualche forma di immortalità, "Meine Sterne Fallen" (edito per Klangbad, label di Hans-Joachim Irmler, storico co-fondatore dei seminali Faust), canto del cigno o ritorno in nero - fate voi - di Kiev Stingl, bizzoso, incatalogabile aedo fisicamente non più tra noi dal febbraio 2024, riecheggia sinistro ma sinuoso, turbato ma affascinante, profetico ma accogliente nel suo straniante vortice di languido abbandono.
Teso a tratti, trasognato spesso, è ammantato di un'aura mesmerica che confonde ed attrae; straziato - eppure esaltato - dal crooning sovraccarico di pathos, drammatico ed intenso, del suo maestro di cerimonie, l’album offre dieci tracce risalenti a vari periodi nella inconsueta parabola disegnata da Stingl, sottrattosi alle scene nell’anno del Signore 1989, all’indomani del suo quarto lavoro in studio.
A due anni dalla dipartita, vedono oggi la luce dieci brani riscoperti, rivisti, riarrangiati, rieseguiti grazie all’indispensabile apporto/supporto di Niklas David degli Audiac, a fianco del quale Stingl ha lavorato fino all’ultimo istante, regalandosi un commiato memorabile, tra suggestivo restyling e febbrile proiezione ad un futuro già scritto.
Il risultato è una incessante litania in minore, col canto a tratti ieratico di Stingl ad aleggiare inquieto sopra buie lande desolate, alla maniera di un David Tibet o di uno Scott Walker, ondeggiando spettrale tra le atmosfere haunting di “House Of Drinks” e l’ostentato melodramma di “Tränen In Kissen”, tra le inflessioni contemporanee di “Toten Der See”, screziata da tentazioni jazz/avant, ed il feedback fremente di “Gypsy Queen”, tra la morbidezza suadente di “Sei Mein” ed il pianoforte da lied mitteleuropeo di “Rosenblatt”, espressionista e decadente nelle sue sfuggenti, toccanti contorsioni.
I testi sono scarne poesie minimaliste, succinte ed evocative, prodromi di un raffinato ermetismo veicolato da contrappunti essenziali o ravvivato da un afflato mesto ma efficace, abile magheggio che dispensa la sua malìa sottile col solo ausilio di note sgranate, di arie d’antan, di richiami desueti ad un tempo lontano.
E’ un prodigioso connubio di fosco lirismo e sonorità ipnotiche, un’arte sfaccettata e sofferente che dichiara fiera la propria caparbia rinuncia ad appartenere, concedendo l’onere dell’addio all’epigrafe compassata ed ambivalente, realista ma non definitiva, di “Unter Sternen”, forse il solo possibile testamento di questo folle spirito libero.
Nessuno sa quanto sono stato sotto le stelle/E da lontano vengo e vado sempre
Mi alzo e cado/Torno al dolore dell'anima
Sono nella luce/Finché le ombre non si voltano verso di me
(Manuel Maverna)