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RESIDUO "Qui non passa"
(2026 )
Beh, come esordio è parecchio coraggioso, questo. Residuo, al secolo Tommaso Sampaolesi, debutta con un album autoprodotto composto da 16 tracce, e dura in totale 22 minuti. Fatevi i conti, quanto dureranno i brani?
Esatto, siamo tra i 46 secondi e i quasi due minuti di durata. Tutti i brani sono fatti per due elementi: una chitarra acustica destrutturata, frammentata, rielaborata e riorganizzata in briciole ritmiche, e una voce sempre incazzosa, che pronuncia dei testi tutti collegati: anche le parole sembrano frutto di un unico lungo testo, ritagliato e sparso per le tracce.
Capita spesso che i titoli rimandino alle parole di altre canzoni. Ad esempio, “Controvento” recita: “Resta fiato corto”, e più avanti arriva “Aria che manca”. È tutto un concept, ma volutamente confuso, come un flusso di pensieri che scorre, prima libero, poi cerca di aggiustarsi in corso, come in una sequenza onirica.
Ci sono parole ricorrenti, del campo semantico della fatica: cede, cedono, spinta, tiene, non tiene, regge, peso, cade, immobili... Si costruisce un ambiente ostile, un'angoscia esistenziale in cui “la terra preme, non sostiene” (“Terra che preme”), “l'acqua non accoglie, colpisce” (“Oceano ruvido”) e “il corpo pesa, ogni spinta torna addosso” (“Controvento”). E ci sono tanti “non”.
La negazione ripetuta corrisponde anche alla negazione musicale. È un'operazione estetica ben congegnata, nella sua ricercata spigolosità. Per fare un paragone con le arti visive, che in genere rendono bene l'idea, questa la definirei musica cubista. Perché il procedimento è quello: prendere qualcosa di conosciuto, sviscerarlo e restituirlo rotto, quasi irriconoscibile.
Questo accade sia col senso delle parole, che disorientano, che con la decostruzione del suono della chitarra, che ricorda certi esperimenti del primissimo Bugo (intendo quello di album come “La prima gratta”, di “Dal lofai al cisei” con quelle digressioni noise, in brani come “Pasta al burro” o “Milano tranquillità”), ma senza il fare da bighellone.
Non c'è niente da ridere qui, e quest'operazione ha del fascino, quello delle scelte radicali, senza compromessi. Significativo che in “Aria che manca”, quel suono distorto e reso arioso ma in maniera plumbea, fa sembrare di camminare fra le scintille dei saldatori. Non proprio una passeggiata di salute, insomma.
Poesia radicale per musica radicale: Residuo, nomen omen, nei testi ripete spesso cosa “resta”. A noi resta un'idea di immobilità, di inazione nell'alienazione, e di una nuova possibile forma poetica. (Gilberto Ongaro)