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PSOAS "Satori"
(2026 )
Se il loro album di debutto "Here we stand" era stato una dichiarazione d'intenti — un pugno nello stomaco sferrato con precisione chirurgica — con ''Satori'' il trio Psoas compie un salto quantico.
Il titolo, mutuato dal buddismo Zen, indica il momento del risveglio spirituale, dell'illuminazione intuitiva. Ma dimenticate incensi e campane tibetane: per gli Psoas l'illuminazione si raggiunge attraverso il caos controllato, la destrutturazione del ritmo e una catarsi sonora violenta quanto effimera.
''Satori'' è un disco claustrofobico eppure incredibilmente spazioso. Il trio (batteria, basso/chitarra, sassofono/synth) si muove in un territorio di confine dove il free jazz più abrasivo sposa la spigolosità del math-rock e la pesantezza viscerale del noise.
La sezione ritmica lavora per sottrazione e sovraccarico continuo: la chitarra non si limita a sorreggere il pezzo, ma ne traccia le linee di faglia; la batteria risponde con tempi dispari e accenti spostati che sfidano la gravità. Su questa impalcatura instabile, il sassofono si lancia in assoli geometrici e lancinanti, alternando urla free a loop ipnotici che sanno di psichedelia oscura.
Il disco si apre senza preavviso. Non c'è introduzione, c'è solo un climax istantaneo che scaraventa l'ascoltatore in un vicolo cieco sonoro. Il cuore del disco è probabilmente "Dinosauro", una suite in cui la band rallenta il battito, lasciando spazio a droni elettronici e a un minimalismo inquietante, dimostrando una maturità compositiva che va ben oltre la pura dimostrazione di forza tecnica.
Il finale, affidato alla title track "Satori", è una deflagrazione che si interrompe bruscamente, lasciando l'ascoltatore nel silenzio più totale. Un vero e proprio "satori" generato dal vuoto improvviso.
Con questo disco, gli Psoas probabilmente non cercano il mero consenso, ma la reazione viscerale. È un album denso, a tratti respingente per chi cerca la melodia rassicurante, ma straordinariamente appagante per chiunque voglia esplorare i confini del jazz moderno e del post-core. Non è musica da sottofondo: è un'esperienza da ascoltare a volumi proibitivi, preferibilmente al buio. Il trio ha trovato la sua illuminazione. (Andrea Rossi)