BOB DYLAN  "The bootleg series vol. 13 - Trouble no more"
   (2017 )

Per il tredicesimo volume della acclamata collana ''Bootleg Series'', la Columbia scava finalmente negli archivi di Bob Dylan relativi al periodo gospel 1979-1981, che al tempo infiammò una parte di pubblico e critica suscitando polemiche e disappunto a causa della fervente fede cristiana abbracciata dal cantautore. Ma chi sin da subito aveva notato il valore lirico e musicale di quella fase di carriera dylaniana ha potuto apprezzarla pienamente e rivolgersi a essa sia come a un prontuario di esegesi religiose e di interpretazioni metaforiche e allegoriche sia come a un tuffo nella tradizione musicale degli Stati Uniti. Questi due elementi, in fondo, caratterizzano l’intera produzione di Dylan, ne mostrano la coerenza e lo certificano, per chi avesse ancora dubbi, come uno dei più straordinari e variegati artisti di ogni tempo. Questa uscita dimostra come il cosiddetto “periodo religioso” sia cruciale all’interno della sua carriera.

“Che sia il diavolo, che sia il Signore, devi sempre servire qualcuno”. Il primo disco della cosiddetta “trilogia cristiana” e tutti i concerti dei tour del periodo si aprivano con la prorompente predica funky di “Gotta Serve Somebody”, un biglietto da visita chiaro e definito di ciò che Dylan avrebbe offerto al pubblico negli album “Slow Train Coming”, “Saved”, “Shot of Love” e durante gli show. Il risultato è un concentrato di rock moderno influenzato dalla tradizione gospel afroamericana, così amata dal cantautore anche prima della conversione. Il “Bootleg Series 13” si apre con un altro funky sempre presente nelle scalette, la indemoniata “Slow Train”, che compare in ben sei versioni differenti negli 8 CD che compongono il set, e che mostra la precisione e la sicurezza con la quale Bob Dylan e la sua band (Tim Drummond, Jim Keltner, Fred Tackett, Spooner Oldham, oltre a cinque strepitoste coriste) interpretavano gli spettacoli a cavallo tra ‘70s e ‘80s: un’energia e una brillantezza rare, visibili già nella potentissima “Slow Train” che dà il via al box.

Se nel primo tour gospel (dal novembre 1979 al maggio 1980) Dylan esegue solamente nuovi pezzi a tema religioso, editi su album o inediti, dal novembre 1980 (secondo tour gospel) ricomincia a eseguire brani storici e ad ampliare notevolmente le scalette, fino ad ottenere uno spettacolo ben più lungo e versatile in tutto il 1981 (terzo e ultimo tour gospel). A testimonianza della straordinaria fase creativa che Dylan sta attraversando, le canzoni sgorgano come acqua da fiumi in piena (e sono tanti i traditional registrati o eseguiti dal vivo, segno di un amore per la storia della musica statunitense che non l’ha mai abbandonato). La sua interpretazione vocale, inoltre, raggiunge picchi notevoli, le melodie dei brani fanno convivere una tradizione secolare e un nuovo modo di abbracciare il gospel, e i testi risultano struggenti e affascinanti.

Il Dylan del periodo rapisce e ipnotizza perché non concede nulla ai detrattori e flirta con i fantasmi interiori con la stessa tenacia presente nel biennio 1965-66. I sermoni che aumentavano la forza degli show sono stati espunti dal box set, ma di essi si trova traccia nel DVD “Trouble No More: A Musical Film” di Jennifer Lebeau, inserito nel box. Benché siano stati scritti appositamente per l’occasione da Luc Sante e vengano recitati dall’attore Michael Shannon, essi mantengono l’intensità e la schiettezza con le quali Dylan si mostrava al pubblico. Ma ciò che colpisce di più del Dylan live di quegli anni è la potenza delle sue performance: la voce non lascia nulla al caso e ha lo stesso fuoco di quella che qualche anno prima intonava “Blowin’ in the Wind” e “Like a Rolling Stone”. Non ha perso nulla della sua forza e della sua veemenza. (I due classici, tra l’altro, sono entrambi reperibili nel box set, all’interno del concerto londinese del 1981, e il nuovissimo abito con cui Dylan le veste rende loro giustizia e dimostra ulteriormente quanto sia versatile il cantautore, da sempre celebre per stravolgere i suoi pezzi sul palcoscenico).

La selezione dei brani è ordinata per nuclei tematici e rappresenta bene il triennio: nei primi due CD sono contenuti brani dal vivo; il terzo e quarto CD si concentrano su versioni alternative di brani pubblicati e su alcuni pezzi totalmente inediti in versione live; il quinto e sesto CD propongono un “best-of” dei tre concerti di Toronto dell’aprile 1980 rispettando la scaletta originale; il settimo e ottavo CD, infine, contengono l’intero concerto di Londra del 27 giugno 1981 a Earls Court. Si tratta di un materiale di valore assoluto e dalla qualità sonora eccezionale. A tutto questo vanno poi aggiunti il DVD contenente il suddetto documentario “Trouble No More: A Musical Film” diretto da Jennifer Lebeau, che presenta materiale concertistico inedito di performance del tour 1980, e il pregevole libro allegato alla pubblicazione, di un centinaio di pagine, contenente liner notes accuratissime, foto inedite e riproduzioni di testi dattilografi di Dylan. Non va dimenticato, infine, il doppio CD presente esclusivamente nell’edizione del box curata dal sito ufficiale dell’artista, che contiene integralmente uno dei concerti di San Diego del novembre 1979.

Ciò che i “Bootleg Series” hanno sempre saputo fare è dimostrare che ogni fase della carriera dylaniana è costellata di tanti diamanti nascosti, che assumono un significato solo se letti alla luce del particolare periodo preso in considerazione o dell’intera carriera dell’artista. Questo tredicesimo volume della serie non fa eccezione: il livello della pubblicazione è eccelso. Anche qui i diamanti sono davvero tanti, e sarà necessario segnalarne almeno alcuni. Colpiscono la sublime performance vocale e pianistica di “When He Returns” in concerto ad Albuquerque 1979, la provvisorietà e sincerità di una “Covenant Woman” da brivido a Santa Monica 1979, le varie “Pressing On”, dal vivo e in studio, uno dei brani più sottovalutati del periodo insieme a “In the Garden”, pezzo che lo stesso Dylan ha citato come sottovalutato dai critici nella recente intervista rilasciata a Bill Flanagan lo scorso aprile e pubblicata unicamente sul suo sito web, e la dolcezza di “What Can I Do for You?”, suonata ogni sera fino al maggio 1980, contenente uno degli assoli di armonica più belli di tutti i tempi. Vanno segnalate anche l’unica performance di sempre di “Caribbean Wind”, il 12 novembre 1980 a San Francisco, e la versione di prova studio del medesimo brano risalente all’ottobre 1980, come anche la prima versione dal vivo di “Every Grain of Sand”, eseguita nell’ultima data del tour 1981, il 21 novembre a Lakeland, e la relativa versione di prova in studio. Ci sono poi brani finora mai pubblicati ufficialmente, come “Ain’t Gonna Go to Hell for Anybody”, “Ain’t No Man Righteous. No Not One”, “Cover Down, Pray Through”, “Yonder Comes Sin”, “Making a Liar Out of Me” e “Blessed Is the Name”, che da soli potrebbero dare lustro a un’intera carriera e che per Dylan non furono nemmeno degni di finire su un LP. “Thief on the Cross” e “City of Gold” risultano canzoni strepitose, ed è inspiegabile il motivo per cui Dylan non abbia deciso di pubblicarle su disco. Manca all’appello un blues strepitoso come “Let’s Keep It Between Us”, presente nelle scalette di alcuni concerti di fine 1980, ma la superba versione live di “The Groom Still Waiting at the Altar” del novembre dello stesso anno a San Francisco, con Santana alla chitarra solista, compensa la mancanza.

Il lungo percorso che abbiamo intrapreso potrebbe chiudersi idealmente con una versione da brivido di “Abraham, Martin and John”, brano scritto nel 1968 da Dick Holler, inclusa alla fine del documentario di Lebeau. La versione è una prova in studio intima e delicata, dove Bob Dylan suona il pianoforte e canta a fianco della corista Clydie King. Il brano veniva eseguito spesso durante il tour del 1981 ed è un tributo ad Abraham Lincoln, Martin Luther King e John e Robert Kennedy, tutti e quattro morti assassinati. Un diamante del genere dimostra ancora una volta che Dylan è uno di quei pochissimi artisti viventi la cui produzione va analizzata nel dettaglio, frammentata e ricomposta: ogni singolo pezzo del puzzle è dotato di significato. La sua carriera offre di continuo perle nascoste, versioni alternative e note a piè pagina a discorsi sempre attuali, impossibili da chiudere definitivamente. Con l’apertura, nel 2016, di un immenso archivio dylaniano nella città di Tulsa, Oklahoma, accessibile per ora solamente da giornalisti e ricercatori universitari, e con l’acclamata collezione Bootleg Series che procede senza perdere colpi, siamo certi che tante altre perle come questa continueranno a essere scovate, esaminate e rese disponibili a noi ascoltatori ancora per tantissimo tempo. (Samuele Conficoni)