L'IMPERO DELLE OMBRE  "Racconti macabri vol. III"
   (2021 )

Opere come questa sono salti in lungo oltre il concetto stesso di disco, disegni la cui profondità travalica i limiti del foglio, progetti articolati basati su riflessioni, visioni, idee, mossi e scossi da una spiritualità libera di esprimersi al di là dei vincoli di genere o delle preclusioni preconcette del comune buon senso.

Vera e propria band di culto formatasi nel 1995 a Gallipoli, passata attraverso vari cambi di formazione fino all’attuale line-up a due, L’Impero Delle Ombre è oggi costituito dai fratelli Giovanni (John Goldfinch) e Andrea Cardellino, rispettivamente voce e chitarra; pubblicato per Black Widow Records, “Racconti Macabri vol. III” segna il loro ritorno sulle scene a ben dieci anni da “I Compagni di Baal” (2011) e a diciassette dal debutto omonimo datato 2004, lavori all’insegna di quello che gli stessi membri hanno sin dagli albori definito cemetery rock.

Catalizzatore di un immaginario tra il macabro, il misterico e l’esoterico, l’album collega in linea retta horror movies, letteratura gotica e suggestioni ben più che noir in cinquantatre minuti di atmosfere plumbee e caliginose, sostrato ideale per un doom metal sui generis che spesso indulge a suggestioni e strutture mutuate dal progressive. Ma è un percorso affrontato con un piglio ricco di personalità che si distanzia sia dal primo – quasi mai impaludandosi in cadenze soffocanti o eccessivamente grevi – sia dal secondo – non appesantendosi in barocchismi ridondanti.

Brani lunghi ed intensi di matrice sabbathiana proposti come sempre in italiano (in ambito metal, scelta coraggiosa e da premiare quando si dimostra centrata: vedi Colonnelli, La Janara, Rossometile tra gli altri) sono guidati dal canto pulito e stentoreo di Giovanni attraverso i cunicoli di uno storytelling sì spettrale, ma ben lontano da tentazioni ed eccessi grandguignoleschi; l’incalzante fuga sinistra di “Marmo freddo”, le chitarre squillanti di “Verso l’abisso” o gli otto minuti dell’epica “Il cimitero delle anime” giocano sì con una iconografia incentrata su temi funerei, ma senza mai scadere nel grottesco, conservando altresì intatta una convincente coerenza narrativa.

Il connubio tra musica e testo crea una simbiosi credibile ed appassionante, dall’inquieta foschia de “Il sabba” a “Sentimento funereo”, intreccio psych avvolto in spire sulfuree e sottolineato da un pregevole intarsio delle tastiere che lo traghetta in area Goblin, prima della forsennata accelerazione conclusiva; è il preludio all’epilogo rasserenato e trasognato di “Finale, ballata dell’Uroboro...o della speranza”, con la chitarra a ricamare in acustico un’aria da folk medievale che richiama perfino certe derive intimiste dei CSI (periodo “Linea gotica”).

In due episodi i riferimenti ad opere particolarmente significative per il world apart cui si ricollegano divengono pregnanti: “In morte di Buono Legnani” è ispirata alla pellicola “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati (film del 1976 con protagonista Lino Capolicchio), la cui fama è andata accrescendosi nei decenni fino a raggiungere lo status di cult di cui tuttora gode; “Incubo a Dunwich” è invece tratta dal racconto di H.P. Lovecraft “L’orrore di Dunwich” (The Dunwich Horror, 1928), dal quale molti anni più tardi venne realizzato il film “Le vergini di Dunwich” (The Dunwich Horror, 1970) con Sandra Dee e Ed Begley, con colonna sonora di Les Baxter, compositore reso celebre negli anni cinquanta e sessanta e riscoperto tardivamente negli anni novanta.

Tra i collaboratori che hanno preso parte alla realizzazione dell’album, Bud Ancillotti (Strana Officina) e Steve Sylvester (Death SS), ad impreziosire ulteriormente un lavoro che è vivida testimonianza di una vicenda artistica singolare, oscuro segreto del sottobosco nostrano ben custodito e celato alla vista. (Manuel Maverna)