DESHEDUS  "Il brigante"
   (2021 )

In principio tutto fu idilliaco, l'armonia di intenti, la bellezza incontaminata della natura, prima che sopraggiungesse, vero lupo in mezzo alla foresta, lui, il Brigante. Fattezze umane ma animo tetragono alle emozioni. Con un solo istinto, primordiale, a guidarne l'esistenza.

Ecco lo sfondo che accompagna "Il Brigante", primo concept album della band prog romana dei Deshedus. Indicativo anche il nome del gruppo, che ha richiamato alla memoria il dio assiro-babilonese, una forza che trae vigore dal continuo miglioramento.

Dietro alle armonie raffinate, sempre alla ricerca di nuovi orizzonti che spaziano dall'oceanico al greve, dal cosmico contemplare al drastico urlo verso tutto ciò che non dovrebbe ma è, si è mossa una regìa ricolma di luce artistica purissima, quella di Mauro Poluzzi, e pure di Elio Aldrighetti: grazie al suo prezioso aiuto con i testi, trasforma in poesia tutto ciò che i Deshedus vogliono trasmettere. I componenti della giovanissima formazione, composta da Alessio Mieli, voce, chitarra e pianoforte, Gabriele Foti alla chitarra e basso, Federico Rombolini, chitarra conduttrice, e Federico Perfumi, batteria e percussioni, escono fuori come araldi di una verità palpabile, violenta. Non c'è più un rifugio alla distruzione, ma ci si può solo abbandonare. Abbandonarsi, alla fine incipiente.

Balza subito dopo il ''Preludio'', scandito dalla celebre aria dei valzer di Strauss, "Sul bel Danubio blu", l'anima del Brigante dalle fattezze umane ingannatrici: "permettete che vi presenti il mio cuore bianco ed il mio cuore nero, io che feci il bene aspettando il male... venni maledetto, di me si cantò e si tacque, e fui braccato...".

Le armonie pure, avvolgenti, dirompenti di ''Countdown'', secondo brano della track di dodici motivi che costituisce Il Brigante, fanno entrare in uno stato greve di incatenamento ad una realtà che non perdona. La chitarra di Foti fende questo velo e rivela i volti nelle polveri sottili, la specie dell'uomo "che per madre ha una dea, la Scienza, e per padre la nostra indifferenza". Eccola l'ultima forza, l'ultima festa, senza nessuna scusa. C'era una volta.

L'incipit di ''Mister Tamburino'' è un altro preludio, quello del viaggio verso il mondo gelido, nel quale è vietato cadere. La batteria scandisce il tempo, quello di una guerra tra poveri dove la posta in palio è troppo elevata per non essere conosciuta, dove l'uomo si è trasformato in Lupo, e la belva è ora implorante.

Il brano che dà il titolo all'album, appunto ''Il Brigante'', è l'invocazione dello sconfitto, "non c'è più foresta, l'ha mangiata il fuoco. Parlami di praterie, terre sui sentieri, ora che tutto è cenere". Le chitarre arpeggiano, la violenza ora è un sussurro, ma non si ascolta mai. Il lupo che della foresta era un signore, ha perduto le sembianze vicino al mostro che sa solo devastare. "Affonda il tuo coltello, io qui sarò l'agnello. Il lupo, qui, sei tu".

E in fondo alla bellezza di questo disco, tre perle, l'omaggio tutto prog con tappeto di arpa al Maestro Franco Battiato con "La Cura", quello più ricercato a Lucio Battisti in "Io vorrei, non vorrei ma se vuoi" e la splendida cover di "Still i'm sad" degli Yardbirds. Tutto finemente raffinato, tutto estremamente gradevole e verace. Made in Deshedus. (Leo Cotugno)