TANGERINE DREAM  "Rubycon 50th anniversary"
   (2026 )

Si può mangiare un cibo senza avere l'idea di ciò che si mangia di preferenza? Senza averne dinanzi il significato?

Prendo l'accetta per tagliare un albero solo se ho l'idea di quell'albero. Non si vuole nulla che non sia anzitutto conosciuto, dice la Scolastica. Ossia si desidera più ardentemente ciò che si mostra, è manifesto.

Prendo a prestito queste idee del magistrale filosofo Emanuele Severino per introdurre o almeno tentare di introdurre all'altezza, ossia in maniera meno pacchiana del solito, l'apparente significato di un disco che, con aggettivi sprecati, si potrebbe definire epocale e seminale.

Ed è, scusate se è poco, una delle porte arbitrarie di migliore accesso al mondo dei Tangerine nella loro originaria formazione. Un iperuranio di idee musicali arcane e immaginifiche, tra la rarefazione e la magnificenza barocca, sognate immaginate evocate in un angolino della mente di ciascheduno di noi e poi concretizzatesi grazie all'uso di tecnologie allora fantascientifiche come sintetizzatori, moog e Vcs3, e ora soppiantati da miriadi di app a portata di dito.

Beato chi, come me, visse quegli anni e fece a meno del manierismo musicale che avvilì in seguito gli stessi Tangerine e altri come loro, e può fare un viaggio proustiano alla ricerca del tempo musicale perduto: questo cofanetto prezioso è una classica capsula del tempo per arrivarvi in un baleno e volendo rimanerci a vita. Occhio perché danno dipendenza.

Era l'anno 1975 e qui il rubicondo ''Rubycon'', ossia il successore di ''Phaedra" del 74 (già osannato in precedenza da analogo cofanetto, abituatevi alla pioggia di celebrazioni... ve l'avevo detto, i discografici non sanno più cosa inventarsi per pietire grana), ''Rubycon'', dicevo, come ''Echoes'' dei Floyd rispetto a ''Atom heart mother'', accusato di essere un po' più ruffiano del precedente sfodera in maniera sintetica e sinestetica l'abilità certosina e artigianale dei Tangerine di creare con radicale aderenza alla verità che si sta manifestando di fronte ai loro occhi mondi fantastici e al tempo stesso crudelmente concreti nei padiglioni auricolari, evocare atmosfere, dare forma alle idee che prima di loro abitavano solo nei sogni o negli incubi o nelle visioni di qualche mistico.

Solo Jean Michel Jarre con "Oxygene" e i suoi derivati oserà tanto (e poi lavorerà con i Tangerine più in là) e avrà peraltro più planetario successo dei nostri, in tour ma non in Italia nell'attuale formazione in giro per l'Europa nel 2026 se vi interessa, radicali paladini di quella via teutonica alla musica spaziale che è una pagina indelebile della storia della musica del secondo Novecento, e ha reso popolari suoni che oggi ci appaiono di nicchia, ma col senno di poi rimangono ancor più godibili eterei e seducenti di allora, e peraltro allora finivano financo in classifica.

Guardate un po' chi c'è in classifica oggi, David Bowie a dieci anni dalla morte e ''Wish you were here'' a parte, e ne parliamo.

Imperdibile questo cofanetto, anche per la presenza del (già noto ai collezionisti sfegatati ma filologicamente prezioso) live al Rainbow Theatre di Londra del 1974 (fu il primo tour nella terra di Albione) in cui il disco fu presentato dal vivo, potenza della tecnologia buona asservita all'uomo e non viceversa, in anteprima rispetto al vinile in studio. La cui cifra esistenziale è la sublime foto in copertina, quella goccia che scava il pianeta suono, dà vita a inediti universi sortendo come da un arcano buco nero e da quel suono nasce, e ne produce tuttora.

Cofanetto imperdibile. Voto 10 e lode e appartenenza imperitura al mio scaffale ideale di classici che più classici non si può. (Lorenzo Morandotti)