JOVANOTTI  "Niuiorcherubini"
   (2026 )

Spero che il nostro direttore mi conceda una nota personale, perché mai come in quest'occasione è così pertinente.

Io nel 2018 ho scritto la canzone “Non è un Paese per Jovanotti”, diffusa a luglio 2020. Non era un attacco a Lorenzo Cherubini, ma gli ascoltatori più distratti l'hanno recepito così e ne erano contenti, perché a quanto pare Jovanotti ha raccolto parecchi haters.

Quando poi hanno capito che la mia era una constatazione dispiaciuta, cioè che una buona parte dell'Italia di oggi ha voltato le spalle alla sua visione mondialista e imperturbabilmente ottimista, abbracciando invece certi pensieri colmi di livore e chiusure, quell'odio si è ribaltato su di me, in forma di commenti rabbiosi sotto la canzone su Facebook.

2026, eccoci qui, fra guerre impreviste e nuovi ordini mondiali che stanno scardinando tutte le nostre certezze, propagande incrociate di paura e violenza, e noi europei che ci stiamo sempre più spaventando degli Stati Uniti... e Jovanotti che fa?

Va a New York a registrare una jam session di sei giorni di ottobre 2025, da cui nasce il disco “Niuiorcherubini”, suonato con musicisti locali reclutati tramite i social network! E festeggia così i suoi 60 anni, organizzando anche un tour mondiale quest'anno.

Tra le varie tappe c'è anche il Congo, nella capitale Kinshasa! E questo è un bell'aggancio per parlare della musica di questo disco, come (quasi) sempre ricolma d'Africa (e Sudamerica). Tra fiati, percussioni, ritmi funky di basso come in “Pura vida” e “Mi fa felice”, c'è tutta la firma black riconoscibilissima di Cherubini, condita da quell'italiana fisarmonica romantica, che fin dai tempi di “Raggio di sole” colora i brani più teneri, come “Magari”.

Sono tredici le canzoni in scaletta, tra melodie sentimentali, ritmi coinvolgenti e le parole sempre luminose di Jovanotti. Che sembra quasi leggermi nel pensiero e rispondermi, quando arrivo ad ascoltare “Resistente”: lui sa benissimo quello che sta facendo.

In un mondo ormai pieno di pecore nere, dove ognuno si sente “diverso” dagli altri, credendosi originale nel proprio maledettismo (come degli eterni goth adolescenti), lui sceglie sempre la luce, sapendo che “stona” con le odierne narrazioni apocalittiche. “Cado verso l'alto” ad esempio recita: “L'intelligenza artificiale è un utile strumento, ma solo io posso sentire le parole nel vento, tradurle in sentimento”. Toh, niente panico né glorificazione.

Ma torniamo a “Resistente”, dove a un certo punto dice: “Mi chiedevano le mie opinioni perfino sulla guerra, sulle grandi questioni. E quando poi credetti di essere influente veramente, mi ritrovai col culo per terra, come nelle comiche, e tutti a ridere, ahi ahi ahi io mi rialzai tutto dolorante, dissi 'gente, non mi sono fatto niente!' Ahi ahi ahi ahi, non mi sono fatto niente, sono resistente!”.

Queste strofe mi fanno pensare allo spiacevole episodio in cui il nostro si è espresso sull'odiosa questione Israele – Palestina. Apriti cielo! Forse gli abbiamo davvero chiesto troppo. Per qualche motivo, abbiamo pensato che Jovanotti fosse un maître à penser, o forse si era illuso anche lui di esserlo. Ma, sebbene la Musica possa essere politica, lo è anche in un senso superiore. Non è obbligata a scegliere di sventolare una bandiera: se ne crea una propria dal nulla! E la musica di Jovanotti dev'essere fedele solo e soltanto a Jovanotti stesso, non a chi lo tira per la giacchetta.

Più ascolto il disco, e più sembra che i testi rispondano direttamente a tutte le accuse a lui rivolte. Ad esempio, nel 2016, Lorenzo raccontava di essersi trovato a un incontro privato tra grandi industrali, e ci siamo scorticati tutti le dita sulle tastiere a scrivere di Bilderberg et similia. Allora in “Shiva Jam”, dove (finalmente) possiamo risentirlo rappare come negli anni Novanta, tra le strofe compare questa: “Io sono il socio unico di una società segreta che regola e organizza la danza della vita”. E i complottisti, muti! (No, quelli non taceranno mai...)

“Un miracolo” ribadisce l'ottimismo cattolico dell'artista: “Come una mosca che ha sbagliato strada, sbatto le ali contro il vetro (…) non c'è giorno che finisce senza un miracolo”. “La musica dell'anima” sembra evocare una situazione passata, cioè il nostro dopoguerra, ma invece sta proiettando un futuro luminoso in maniera propositiva: “Ricostruiremo meglio anche di prima, ed usciremo fuori a ballare la musica dell'anima, e tornerà di moda la felicità, oh yeah, non vedo l'ora e ci sarà da ballare per tutti, ci sarà da mangiare per tutti ci sarà da lavorare per tutti (...)”.

“Tornerà di moda la felicità” mi ha preso parecchio sul personale, perché io nella mia canzoncina citata all'inizio cantavo: “Ora va di moda chi è più arrabbiato”. Abbiamo bisogno più che mai dello spirito di Jovanotti, del suo “pezzo d'Africa in giardino”, del suo chiedersi che effetto faccia ballare nello spazio senza gravità, del suo voler amare “senza se e senza ma”.

Ognuno oggi è chiamato a dare il meglio di sé, proprio perché ci vogliono egoisti, arrabbiati e nichilisti. Attraverso la musica, Jovanotti fa il suo, segue il compito di far vivere, contro il “marketing della depressione”; e noi, senza dover essere artisti né filantropi, cosa facciamo per far stare meglio gli altri? Cosa facciamo, affinché il mondo faccia un po' meno schifo? (Gilberto Ongaro)