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BRYAN ADAMS "Roll with the punches"
(2026 )
Bryan Adams me lo ricordo come fosse ieri, tosto e inossidabile in giubbotto di jeans di ordinanza, a cantare e suonare da par suo con la chitarra elettrica ''Young Lust'' durante il live di ''The Wall'' a Berlino 36 anni fa o giù di lì. Porca miseria, come passa il tempo.
Eppure eccolo qui, Waters è invecchiato decisamente male, diciamo pure che si è definitivamente rimbambito, mentre Bryan no, alla faccia della retorica dei mediani che se tirano in porta è un miracolo.
Ed eccolo pertanto lì, inossidabile e perenne monumento di sé stesso, con questo inno alla resistenza di un mito che non tramonta.
Tre anni dopo "So happy it hurts", Bryan Adams torna con nuove canzoni (non moltissime ma sufficienti a sanare il palato dei fans e a conquistarne, speriamo, di nuovi) raccolte nel suo 16° album intitolato "Roll With The Punches".
Avrà anche la sfiga di apparire con l'etichetta di "eterno bravo ragazzo", ma il canadese sa dare pugni ben assestati come suggerisce la copertina, è indubbio che sappia il fatto suo, e lo apparento a quell'altro grande intramontabile che è Daryl Hall.
Uno, il vecchio Bryan, con cui vorresti uscisse tua sorella - vabbè, anche in seconde o terze nozze - con cui passeresti le nottate a bere birra sulla veranda, e che vorresti anche come vicino di casa, e ti snocciola ballate apparentemente semplici ma che ti rimangono in testa come mantra quotidiani.
Per chi è alle prese con i 60 anni come il sottoscritto, fa un bel vedere e un bel pensare sapere ché c'è un ottimista tenace e robusto in circolazione come lui, capace di fare musica positiva, verace e ballate epiche e sfrenate ma al tempo stesso con le briglie ben governate, senza strafalcioni esagerati, insomma buona musica come si faceva una volta - e come una volta si ascoltava in radio.
E i miei 25 lettori sanno quanto amassi ai suoi tempi un altro parente alla lontana di Bryan ossia Bob Seger, specie quello di "Against te wind".
Non cercate in questo nuovo disco di Adams la raffinatezza un po' stucchevole dell'ultimo Gabriel, l'ironia di Frank Zappa, i tripli sensi alla David Byrne, e neanche la monumentalità autoreferenziale di sacri mostri come il Boss o Young: qui siamo sulla terra, siamo nella profonda provincia del nordamerica, siamo di fronte alla schiettezza del buon vecchio rock che accompagna una scopata o un giro in autostrada. Vedete voi quale sia meglio. A volte si possono anche abbinare.
Un disco che è adrenalina quanto basta per respirare a polmoni più pieni e lanciarsi alla conquista dell'oggi, o della saponetta cascata nella doccia senza temere che dietro ci sia qualcuno a volerti dare una mano. Melodie che assecondano, un rock da ascoltare a tutta birra ovviamente, e non a volumi da educanda se ancora ce ne sono in giro.
Tra i brani che vorremmo sentire live "A Little More Understanding", che ha nel retrogusto un accenno al primo album solista di David Gilmour, giusto per tornare a mettere lo zampino nel mondo floydiano.
In complesso un disco onesto e schietto, che merita un 8 e che però, nella demenza generale, rischia di passare inosservato. Sosteniamo il buon vecchio Bryan a ottenere il successo che merita per onor di carriera e risultati eccellenti sul campo. I vari Zucchero e Bennato nostrani imparino.
Inutile ricordare che dischi come questo meritano un ascolto con impianto adeguato, non con cuffiette e telefonino. Ma se vi accontentate della mediocrità, siete in ottima e affollata compagnia. (Lorenzo Morandotti)