MARIO LAVEZZI  "Iaia"
   (1976 )

Questo è l'album di esordio di Mario Lavezzi, al tempo ben lungi dall'essere già il grande produttore poi diventato negli anni '80-'90 (al lavoro con Mannoia, Bertè, Oxa, Vanoni e tantissimi altri), ma semplicemente un cantautore. Già di grandissimo spessore.

“Iaia” è un disco che non cerca di farsi notare: preferisce avvicinarsi. Da sempre figura centrale ma defilata della canzone italiana, Lavezzi costruisce qui, all'esordio, un lavoro che assomiglia più a una conversazione a bassa voce che a una dichiarazione pubblica. È un album che vive di equilibrio, di sottrazione, di un’eleganza mai ostentata.

Fin dalle prime tracce si ha la sensazione di entrare in uno spazio privato, quasi domestico. Le canzoni non sono pensate per stupire con soluzioni roboanti, ma per sedimentare. Gli arrangiamenti sono misurati, spesso essenziali, e lasciano respirare melodie che sembrano nascere con naturalezza, come se fossero sempre esistite. Lavezzi dimostra fin da allora, per la prima volta, di essere un artigiano della forma-canzone, capace di dare valore al silenzio tanto quanto alle note.

“Iaia” è anche un disco di ascolto lento. Non concede ritornelli immediati né frasi ad effetto, ma chiede attenzione, tempo, disponibilità emotiva. In cambio offre un senso di intimità rara: ogni brano sembra raccontare una storia non del tutto esplicitata, lasciando all’ascoltatore il compito di riempire gli spazi vuoti con la propria esperienza. È qui che il disco trova la sua forza maggiore.

La scrittura musicale è raffinata ma mai fredda. Si percepisce un profondo rispetto per la tradizione melodica italiana, filtrata però attraverso una sensibilità più moderna e consapevole. Le atmosfere sono spesso malinconiche, ma non pessimiste; c’è piuttosto una nostalgia adulta, fatta di memoria, bilanci, piccoli rimpianti accettati senza dramma.

Anche la voce di Lavezzi gioca un ruolo fondamentale: non cerca la performance, ma la verità. È una voce che racconta più che cantare, che accompagna l’ascoltatore senza imporsi, coerente con l’idea di un disco che non vuole primeggiare ma condividere.

"Le tue ali", primo singolo estratto, proietta l'allora sconosciuto Lavezzi nelle appena nate radio libere. Ma anche la title track "Iaia" e pure "Indocina", poi interpretata anche da Loredana Bertè, si fanno sentire spesso e volentieri sull'etere.

Però le vere perle del disco sono nei brani meno noti: "Serenade" (anch'essa ceduta qualche anno dopo alla Bertè) e soprattutto "Nell'aria" fanno già intravedere la classe e le capacità di questo autore, all'epoca giovanissimo, che avrebbe di lì a poco cambiato la musica italiana.

“Iaia” non è un album per tutti, e probabilmente non vuole esserlo. È un lavoro che parla a chi ama la musica come spazio di riflessione, a chi apprezza le sfumature, a chi riconosce il valore della semplicità quando è frutto di esperienza e consapevolezza. In un panorama spesso dominato dall’urgenza e dalla sovraesposizione, Mario Lavezzi sceglie fin da questo esordio la discrezione. E proprio per questo, lascia il segno. (Andrea Rossi)