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THE CHAIRMEN OF THE BOARD "The Chairmen of the Board"
(1970 )
Pubblicato all’inizio degli anni Settanta, ''The Chairmen of the Board'' è un album che fotografa un momento preciso della black music americana: quello in cui il soul, pur restando profondamente radicato nella tradizione Motown, comincia a cercare una voce autonoma, più diretta, meno patinata e più orientata all’impatto collettivo.
I Chairmen of the Board si muovono esattamente in questo spazio di confine, offrendo un disco che non rivoluziona il genere ma lo interpreta con intelligenza, compattezza e una notevole forza comunicativa.
Fin dal primo ascolto, l’album colpisce per il suo equilibrio tra immediatezza e solidità artigianale. Le canzoni sono costruite per funzionare subito, ma dietro la loro apparente semplicità si percepisce un lavoro accurato su arrangiamenti, ritmiche e dinamiche vocali. È un soul pensato per la radio e per il ballo, ma mai superficiale: ogni brano ha una sua struttura chiara, una progressione logica, un’identità riconoscibile.
La cifra distintiva del disco è l’energia corale. Le voci dialogano costantemente, alternando guida solista e risposte di gruppo in un gioco call and response che richiama il gospel, ma filtrato attraverso il linguaggio pop-soul dell’epoca. Questo rende l’ascolto coinvolgente e fisico: le canzoni sembrano fatte per essere cantate insieme, condivise, vissute più che analizzate.
Dal punto di vista musicale, ''The Chairmen of the Board'' è un album ritmicamente solido, sostenuto da linee di basso incisive, batterie asciutte e sezioni di fiati usate con precisione, mai in eccesso. Gli arrangiamenti evitano l’opulenza orchestrale tipica di certa produzione Motown, preferendo un suono più diretto e muscolare, che dà al disco un carattere quasi “da palco”, anche quando è chiaramente pensato in studio.
Tematicamente, i testi dell’album ruotano attorno a sentimenti positivi, relazioni, desiderio di connessione, con un’idea di amore e comunità che riflette un bisogno di ottimismo in un periodo storico complesso. Non c’è introspezione dolorosa né conflitto esplicito: la scelta è quella di una fiducia dichiarata, a tratti ingenua, ma proprio per questo autentica. È un soul che non scava nelle ferite, ma prova a ricucirle.
Uno degli aspetti più interessanti del disco è la sua coerenza interna. Non ci sono brani fuori fuoco o momenti di stanca evidenti: l’album procede con una continuità che rafforza l’identità del gruppo, anche a costo di rinunciare a grandi variazioni di tono. Questo può dare l’impressione di una certa uniformità, ma allo stesso tempo rende l’ascolto fluido e compatto, ideale per essere fruito nella sua interezza.
''Give Me Just a Little More Time'', il brano che apre il disco, è anche la sua dichiarazione d’identità. Ritmo sostenuto, costruzione immediata, uso esemplare del call and response: qui il soul diventa energia collettiva. La voce guida è carismatica ma mai solista in senso stretto; il gruppo è sempre protagonista. Musicalmente è un manifesto: diretto, radiofonico, ma solidissimo nella struttura.
''Come Together'' è la rilettura del brano dei Beatles, che sposta l’asse dal rock dei quattro di Liverpool a un groove compatto e terrestre. L’arrangiamento riduce l’ambiguità originale a favore di una fisicità soul, dimostrando come il gruppo sappia appropriarsi di materiale esterno senza snaturarsi. È una cover che funziona perché sembra un originale.
In ''Bless You'' l’atmosfera si fa più morbida e affettuosa. Il brano lavora sulla tenerezza ritmica, con una melodia che scorre senza attriti e una vocalità più rilassata. È uno dei momenti in cui il gruppo mostra la propria capacità di rallentare senza perdere intensità emotiva.
''Patches'' è la versione originale di un brano che diventerà celebre in altre interpretazioni: questa lettura è misurata e narrativa. Il gruppo sceglie un approccio sobrio, quasi dimesso, che privilegia il racconto rispetto all’impatto immediato. Musicalmente è uno dei brani più tradizionali del disco, ma anche uno dei più sinceri.
''Since the Days of Pigtails & Fairytales'' è una canzone costruita sulla nostalgia, ma senza indulgere nel sentimentalismo. Il ritmo resta vivace, mentre la melodia guarda indietro con dolcezza controllata. È un esempio efficace di come il gruppo riesca a trattare temi evocativi mantenendo una forma pop chiara.
''I’ll Come Crawling'', brano breve e intenso, è quasi una miniatura soul. La struttura compatta e il tono emotivo diretto lo rendono uno dei pezzi più urgenti del lato A. Qui emerge la capacità del gruppo di condensare pathos in pochi minuti senza perdere efficacia. ''(You’ve Got Me) Dangling on a String'' è invece uno dei brani più riconoscibili del disco. Il ritmo è incalzante, quasi meccanico, a sostenere un’idea di dipendenza emotiva resa attraverso un arrangiamento teso e ripetitivo. È soul ad alta tensione, pensato per colpire subito e restare impresso.
In ''Bravo, Hooray'' il tono si fa più ironico e teatrale. Il brano gioca con dinamiche vocali e accenti quasi da commedia soul, senza mai scadere nella caricatura. Funziona come momento di respiro nel flusso dell’album, mostrando il lato più giocoso del gruppo. Segue ''Didn’t We'', cover di un brano di Jimmy Webb, affrontata con grande rispetto melodico. Il gruppo opta per un’interpretazione corale e trattenuta, lasciando spazio all’emozione senza sovraccaricare l’arrangiamento. È uno dei momenti più eleganti del disco.
''Feelin’ Alright?'', cover dei Traffic di un paio d'anni prima, acquista qui un carattere più soul‑rock, con una spinta ritmica marcata e un canto più ruvido. È uno dei brani più fisici e diretti, che avvicina il gruppo a un pubblico trasversale, non solo soul. Si prosegue con ''My Way'', una scelta audace: reinterpretare un brano universalmente noto senza cercare il confronto diretto con versioni iconiche. I Chairmen of the Board lo trasformano in un pezzo collettivo, meno monumentale e più umano, coerente con l’estetica dell’album.
''Tricked & Trapped'' è una chiusura intensa e leggermente più oscura. Il ritmo serrato e l’atmosfera tesa lasciano l’ascoltatore senza una vera risoluzione consolatoria. È un finale coerente: l’album termina con energia, non con rassicurazione.
Riascoltato oggi, ''The Chairmen of the Board'' conserva un fascino particolare proprio perché non tenta di essere profetico o sperimentale. È un disco radicato nel suo tempo, orgogliosamente funzionale, che testimonia come il soul potesse essere al tempo stesso commerciale e sincero, popolare e ben costruito. Non cerca di stupire: cerca di far stare bene, e lo fa con una convinzione contagiosa, capace di trasformare la tradizione Motown in un linguaggio riconoscibile e personale.
Un disco che non urla il proprio valore, ma lo dimostra con ogni battuta ritmica, ogni armonia vocale, ogni ritornello che resta addosso. (Andrea Rossi)