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BJORN ALTERHAUG QUARTET "Blame it on my age"
(2026 )
Con ''Blame It On My Age'', pubblicato nel gennaio 2026 da Losen Records, l’ottantenne contrabbassista norvegese Bjørn Alterhaug firma un lavoro che ha il sapore di una riflessione intima, ma allo stesso tempo rappresenta un’affermazione luminosa di vitalità jazzistica.
L’album nasce da una sessione di sole sei ore, registrata all’Øra Studio di Trondheim durante una pausa da un breve tour del quartetto, un metodo che richiama dichiaratamente la tradizione delle incisioni jazz degli anni ’50–’70, spontanee e ad altissima temperatura creativa.
La formazione — Erlend Vangen Kongtorp al sax tenore, Vigleik Storaas al pianoforte, Tom Olstad alla batteria e Alterhaug al contrabbasso — è un piccolo mosaico generazionale che, dai 28 agli 80 anni, crea un dialogo sorprendentemente compatto e fresco. Alterhaug stesso sottolinea quanto questa differenza d’età sia una ricchezza, un’intersezione di esperienze capace di generare nuova energia musicale.
L’album si apre con ''Sogno Misterioso'', una composizione di Alterhaug che rivela immediatamente l’approccio meditativo dell’opera: linee di basso profonde e morbide, un pianismo caldo e un sax che si muove tra lirismo e controllo. È un brano che sembra trattenere il respiro, come se la musica emergesse lentamente dalla memoria.
La ''quasi'' title track ''Blame It On My Youth'', uno standard di Oscar Levant, viene eseguita con un’eleganza senza tempo, quasi come un passaggio di testimone tra epoche e sensibilità. Qui il quartetto evita qualsiasi sentimentalismo superfluo, mantenendo una sobrietà espressiva che diventa il filo rosso dell’intero disco.
Tra i brani più luminosi spiccano ''Friends'' e ''Egeli'': il primo rilegge con affetto il repertorio di Bjørn Johansen, mentre Egeli offre un frammento di jazz nordico essenziale, costruito su un interplay serrato e privo di orpelli.
Il contributo ritmico di Olstad è particolarmente notevole: asciutto, senza protagonismi inutili, eppure perfettamente integrato nella trama musicale. Lo stesso vale per Storaas, la cui capacità di colorare gli spazi senza sovraccaricarli è forse una delle qualità che rende il disco così coeso.
Kongtorp, il più giovane dei quattro, porta invece una voce decisa ma rispettosa, con un suono pieno che si adatta ai tempi più lirici come ai brani più brillanti (''Oleo var. 1'' e ''Oleo var. 2'', firmati Sonny Rollins, sono interpretati con una freschezza quasi cameristica).
Il cuore dell’album è però nella storia personale di Alterhaug: dopo l’ictus del 2017, il musicista ha dovuto reimparare a “convincere” le sue dita a rispondere al pensiero musicale. Il titolo ''Blame It On My Age'' non è ironico né autoindulgente: è una meditazione onesta sul tempo, sul corpo e sulla possibilità — conquistata e fragile — di continuare a suonare.
Il jazz, per Alterhaug, è così diventato quasi una forma di resilienza esistenziale, un modo per restare parte di un flusso creativo che non si arresta con l’avanzare dell’età. ''Blame It On My Age'' è un album elegante, misurato, privo di effetti pirotecnici ma ricco di profondità umana. È jazz come conversazione, non come dimostrazione di forza; jazz come un ponte tra diverse fasi della vita, più che tra generi o scuole.
Un disco che non urla, ma che resta. E che, nel suo equilibrio tra fragilità ed esperienza, rappresenta uno dei capitoli più toccanti della carriera di Bjørn Alterhaug. (Andrea Rossi)