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MACHINEFABRIEK "Spelonk"
(2026 )
Con ''Spelonk'', uscito per la portoghese Crónica Records, Rutger Zuydervelt – mente e orecchio dietro Machinefabriek – torna a una modalità creativa più istintiva e personale, lontana dalle consuete commissioni per film, danza e progetti multimediali.
Il disco, composto da tre lunghe tracce (''Spelonk'' I, II, III), nasce infatti da rapide sessioni di “hardware jams” realizzate con un setup essenziale: oscillatori, pedali, piccoli dispositivi elettronici e varie registrazioni sovrapposte.
La prima impressione è quella di entrare in un ambiente sotterraneo, una cavità sonora che giustifica pienamente il titolo: Spelonk, che in olandese richiama la parola “spelonca”, “grotta”.
Machinefabriek costruisce paesaggi che sembrano emergere spontaneamente dal materiale stesso, più scoperti che progettati. Questa sensazione è intenzionale: Zuydervelt descrive questi lavori come già presenti dentro di lui, pronti a uscire una volta avviato il processo creativo.
Ciò che rende ''Spelonk'' affascinante è la sua natura semi‑improvvisata. Le tracce si sviluppano come organismi viventi: nascono da un nucleo semplice e si espandono attraverso sovrapposizioni e combinazioni che l’artista stesso descrive come momenti magici e imprevedibili. Il risultato è un suono che oscilla tra drone, minimalismo e astrazione elettronica.
''Spelonk I'' (6:13) introduce l’ambiente: un ingresso, un primo respiro dell’oscurità. ''Spelonk II'' (17:57) si dilata invece in un territorio più ipnotico e stratificato, mentre ''Spelonk III'' (18:00) affonda in un’eco più rarefatta, come raggiungere il punto più profondo della caverna.
Nonostante la durata significativa delle ultime due sezioni, il flusso mantiene un equilibrio naturale: non c’è desiderio di guidare l’ascoltatore, ma piuttosto di lasciarlo esplorare. ''Spelonk'' non è infatti un album narrativo né immediato: è più simile a un ambiente, un luogo alternativo in cui trascorrere del tempo. È anche un ritorno a una modalità creativa spontanea, simile a quella del suo precedente album ''Omval'' (del 2004), come lo stesso autore riconosce.
Machinefabriek firma qui uno dei suoi lavori più intimi e al tempo stesso più alieni. ''Spelonk'' è un invito all’ascolto attivo, alla sospensione del giudizio, alla meraviglia. Un disco che non si spiega: si attraversa. (Andrea Rossi)