![]()
AMALIE DAHL "Dafnie extended - Live at Moldejazz"
(2026 )
Con ''Dafnie extended – Live at Moldejazz'', uscito per Sonic Transmission Records, Amalie Dahl cattura un momento di musica che vive nel rischio e nell’ascolto reciproco. Il contesto del jazz festival norvegese non è semplice sfondo, ma parte integrante del suono: si percepisce l’aria aperta, la tensione dell’istante, la disponibilità del gruppo a spingersi oltre il perimetro della forma. L’“extended” del titolo non è solo un’indicazione organica, ma una dichiarazione d’intenti: allargare il campo, dilatare le possibilità, lasciare che la musica respiri e si trasformi davanti al pubblico.
La scrittura di Dahl emerge come un equilibrio sottile tra struttura e abbandono. I temi non vengono esposti per essere semplicemente riconosciuti, ma usati come pretesto per deviazioni improvvise, accumuli di energia e rarefazioni quasi cameristiche. I fiati guidano il discorso con una fisicità che oscilla tra lirismo e frizione, mentre la sezione ritmica agisce più come organismo sensibile che come motore metrico tradizionale. C’è una forte sensazione di collettivo: ogni intervento sembra nascere dall’ascolto profondo di ciò che è avvenuto un attimo prima, più che da un’idea da imporre.
Dahl è il centro nervoso dell’ensemble. Il suo sax non domina in senso gerarchico, ma agisce come regolatore energetico: introduce cellule melodiche brevi, spesso ostinate, che funzionano da catalizzatori per l’azione collettiva. Nei momenti più rarefatti il suo fraseggio è spezzato, quasi esitante; nelle crescendi emerge invece un suono tagliente, corporeo, che spinge l’orchestra verso zone di forte densità emotiva. La sua leadership si manifesta soprattutto nel tempismo: entra ed esce nel flusso con grande intelligenza formale.
Oscar Andreas Haug alla tromba porta una qualità obliqua e luminosa. Il suo contributo raramente è frontale: preferisce inserirsi negli interstizi, con note lunghe, micro-variazioni timbriche e improvvise aperture verso l’acuto. Nei passaggi più rumoristici funge da vettore di tensione, mentre nei momenti più lirici aggiunge una fragile cantabilità che evita ogni retorica jazzistica.
Il trombone di Jørgen Bjelkerud lavora spesso come ponte tra armonia e materia sonora. I glissati, gli attacchi larghi e l’uso del registro medio-basso contribuiscono a dare profondità e peso all’insieme. È uno dei musicisti che meglio incarna la dimensione “orchestrale” del progetto, con interventi pensati più per il colore complessivo che per il protagonismo. Il sax baritono di Sofía Salvo è fondamentale per l’architettura del suono. Salvo costruisce fondamenta mobili, alternando pattern ripetitivi a esplosioni ruvide, quasi percussive. La sua presenza rende credibili le sezioni più massicce e free, ma sa anche sottrarsi, lasciando spazio a una pulsazione implicita anziché dichiarata.
Henriette Eilertsen introduce una dimensione aerea e instabile. Il flauto, spesso processato o intrecciato con l’elettronica, crea strati di ambiguità timbrica: a volte sembra una voce lontana, altre un rumore filtrato. Il suo ruolo è cruciale nei momenti di sospensione, quando la musica sembra smaterializzarsi. La fisarmonica di Ida Løvli Hidle agisce come respirazione interna dell’ensemble. Hidle usa il mantice in modo molto fisico, sfruttando fruscii e micro-dinamiche. Nei passaggi più statici è lei a mantenere una tensione sotterranea, quasi impercettibile ma vitale.
Lisa Ullén al pianoforte alterna due funzioni: da un lato frammenti armonici secchi, quasi puntillistici; dall’altro cluster e risonanze che ampliano lo spettro sonoro. Il suo pianoforte non “accompagna”, ma interviene come forza strutturante, spesso dialogando in modo serrato con i fiati. Invece i synth di Anna Ueland sono meno evidenti, ma decisivi. Introducono texture granulose, droni e interferenze che espandono il campo sonoro oltre l’organico acustico. Il suo lavoro è soprattutto atmosferico e contribuisce alla sensazione di continuo slittamento formale.
Alla sezione ritmica troviamo Nicolas Leirtrø & Ingebrigt Håker Flaten: il doppio basso è uno degli elementi più potenti del disco. Leirtrø e Håker Flaten non si dividono ruoli fissi, ma intrecciano arco, pizzicato, colpi secchi e rumori estesi. In alcuni momenti costruiscono una massa sonora quasi tellurica, in altri dialogano per sottrazione, lasciando vibrare solo le armoniche. Invece la doppia batteria di Trym Saugstad Karlsen & Veslemøy Narvesen evita qualsiasi effetto ridondante. Karlsen e Narvesen lavorano per complementarità timbrica: uno può insistere su piatti e superfici, l’altra su tom e grancassa, oppure scambiarsi i ruoli in tempo reale. Il risultato è una pulsazione fluida, mai prevedibile, che sostiene e sfida l’ensemble allo stesso tempo.
In questa performance ogni musicista contribuisce con una voce fortemente riconoscibile, ma sempre subordinata a una logica collettiva radicale. L’impressione è quella di un organismo complesso, in cui il valore della singola performance emerge proprio nella capacità di ascolto, adattamento e rischio condiviso. Un esempio raro di grande ensemble dove la personalità individuale non viene sacrificata, ma trasformata in energia comune.
Il valore del disco sta proprio in questa qualità processuale. Non tutto è “risolto” in senso classico, e non vuole esserlo: alcune parti restano volutamente sospese, altre si chiudono in modo brusco, lasciando addosso la sensazione di qualcosa che potrebbe ancora mutare. ''Dafnie extended - Live at Moldejazz'' non è una celebrazione della performance perfetta, ma un documento vibrante di musica come pratica, come atto condiviso e irripetibile. Un ascolto che richiede attenzione, ma che ripaga con la rara impressione di essere dentro la musica mentre accade. (Andrea Rossi)