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GLISSANDRO 70 "G70 2: Bones of Dundasa"
(2026 )
Quando due creativi particolari si incontrano, il risultato è esponenziale. È quello che accade quando si sono incontrati Craig Dunsmuir (Kanada 70) e Sandro Perri (Polmo Polpo). Il loro progetto prende il nome di Glissandro 70.
Siamo a Toronto, e l'etichetta di cui parliamo ovviamente (ovviamente per chi la conosce) è la Constellation. Questa label canadese raccoglie da sempre i nomi più all'avanguardia, oltre che progetti post-rock e sperimentali come i Godspeed You! Black Emperor e i Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra and Tra-La-La Band.
Il progetto Glissandro 70 nasce nel 2006, e si definisce afrobeat. Questo perché la costruzione dei ritmi segue modalità tipiche di certa musica africana (e in seguito del jazz), nelle quali gli intrecci ritmici non sono digressioni da un battito principale, come succede ad esempio nel prog rock, dove ogni sensazione di “stranezza” viene accentuata, come ad esempio in un tempo in 13/8. Le poliritmie qui sono “alla pari”: non c'è una ritmica dominante e l'altra che ci gira attorno facendo i sincopati. Entrambe (e possono essere anche più di due) si considerano “principali”, e dialogano tra loro. Come appunto capita nell'afrobeat.
L'album “G70 2: Bones of Dundasa” raccoglie vent'anni di esperimenti rielaborati dal duo. Un esempio in cui si sentono queste poliritmie, tanto complesse quanto percepite come naturali, si sente in “I'm Honkin' Here”. Sia Dunsmuir che Perri sono attivi nell'elettronica, ma i suoni sintetici convivono con i riff di chitarra.
I brani che fanno da corpo principale all'album sono brevi tracce da uno o due minuti, e sono esperimenti frammentari e caotici. Ad esempio, “Jackpot Pothole Eleven” è un susseguirsi di bolle d'acqua, pupazzi di gomma e clacson. Ma l'album è invece aperto da un brano di 8 minuti, che è un'ipnotica ripetizione di un riff di chitarra, con ospite un trombettista, e la voce di Perri che canta flebile. Il brano è progettato per concentrare l'attenzione sui piccoli cambiamenti minimali che accadono nel suo svolgimento.
I suoni si susseguono curiosi e a tratti buffi. Fa effetto ascoltare la cover “You The Vandal” di Moondog, non tanto per la reinterpretazione in sé, ma per aver evocato Moondog, musicista non vedente che nel Novecento ha inventato diversi strumenti ed aveva un approccio totalmente anticonformista, anche nell'aspetto.
Chiude l'album “Bolan Muppets” nella versione remix di Dan Bodan, che già esisteva nel 2006 ma non era mai stata pubblicata. Elettronica, sperimentazione e afrobeat convivono in maniera affascinante e mai scontata, in questo “G70 2: Bones of Dundasa” dei Glissandro 70. (Gilberto Ongaro)