MICHELE DUCCI  "Snail in the clouds"
   (2026 )

Mi ha fatto piangere di nuovo.

Dopo l'esordio nel 2024 con l'album “Sive”, in cui le canzoni “River” e “Here you are” mi avevano profondamente commosso, Michele Ducci ritorna con il secondo album, “Snail in the Clouds”, uscito per Monotreme Records, che inizia subito con una dolcezza infinita di pianoforte verticale e voce morbida, con un graffiato che spezza il suono e si mette in sintonia coi tuoi sentimenti, nella canzone “More Than One but Less Than Two”.

Questo è un concept album ambientato in un pianeta immaginario chiamato Snail, abitato da ibridi fra lumache, scorpioni e umani, e come antagonisti ci sono Agostos, un uomo-nuvola che scrive operette, e una macchina del fumo parlante chiamata Doctor Subtilis, entrambi intenzionati a uccidere questi ibridi. Insomma, la fantasia non manca!

Non colgo del tutto il significato dei testi, ma ne percepisco il peso esistenziale: “I know that I'm living inside the playground, more than one but less than two”. Il tenero brano d'apertura, a sorpresa è terminato da una distorsione di chitarra e synth, senza ritmo.

Con “Rain on me”, al pianoforte si aggiungono i suoni elettronici in maniera delicata e graduale. Se il ritmo del basso synth fa pensare a “Born Slippy” degli Underworld non state facendo un pensiero malizioso: è una scelta voluta e dichiarata.

In “Don't stress her” il beat disegna una ritmica beguine, che al giorno d'oggi è molto rara ma era assai di moda negli anni '50, contribuendo anche a dare forma alla nuova canzone italiana, quindi qui dà un gusto vintage.

Leggendo il titolo “Agostos Adieu”, credevo di ascoltare il testo che mi avrebbe presentato il personaggio dell'uomo nuvola: invece è un brano strumentale, per pianoforte, con una sognante scala piena di cromatismi. Da qui capisco che non devo sforzarmi di capire in maniera razionale, ma lasciarmi andare alle sensazioni.

Con “Woman like you” e “Follow the Sun”, si entra in un pop di facile fruizione, ma scritto con cura. Ai cori, Michele Ducci è sempre seguito da Letizia Mandolesi, che più avanti in “Alabaster” suona anche lo xilofono.

“Orson Sells (Aria di Sorbetto)” si entra in una parentesi più sperimentale, con estratti di una voce parlante che, tiro a indovinare, sarà di Orson Welles, visto che parla anche di “take” accanto al rumore di ciac. Il monologo è circondato da una melodia di violino e dal pianoforte. Poi improvvisamente la voce viene messa in reverse. È un pezzo abbastanza sospeso in aria, che emana il fascino dell'inspiegato.

Con questa vena sperimentale, finalmente mi sono calmato. Ma no, non poteva mica lasciarmi in pace... “Next to me” inizia con una melodia di carillon, che pure alla fine s'inceppa. Il carillon è un colpo basso! Poi la voce inizia a cantare, stavolta quella di Letizia Mandolesi.

L'album è chiuso in maniera strana: “Outro” è un brano per piano e voci, ma il pianoforte è totalmente distorto, come se fosse stato registrato con una di quelle radioline che prende solo le frequenze acute, e degrada tutto il resto, o come se la radio non fosse ben regolata, e ci sentissimo le interferenze. Interferenze che diventano parte integrante dell'espressività del brano.

Probabilmente tutto il racconto ha una sua morale o un suo messaggio che dovrei spiegare, ma con Michele Ducci e Letizia Mandolesi ho un problema: i loro brani lenti mi fanno perdere il senso critico. Le loro melodie sono semplici, ma interpretate con una tenerezza che, quella sì, è di un altro pianeta, di certo non di questo qua, così cinico e inutilmente sarcastico. (Gilberto Ongaro)