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DANIELE BRUSASCHETTO "Dichotomous"
(2026 )
Con ''Dichotomous'', Daniele Brusaschetto aggiunge un nuovo capitolo a una discografia che da oltre trent'anni continua a interrogare i confini della musica estrema.
Figura centrale dell'experimental noise metal italiano, l'artista torinese prosegue il proprio percorso senza alcuna concessione alla prevedibilità, confermando quella capacità rara di trasformare il rumore in linguaggio emotivo e la dissonanza in strumento narrativo.
Il titolo stesso suggerisce una tensione irrisolta, una frattura che attraversa l'intero lavoro. ''Dichotomous'' vive infatti di contrasti: pesantezza e fragilità, aggressione e introspezione, densità sonora e improvvise aperture. È un disco che procede per attriti, nel quale ogni elemento sembra dialogare con il suo opposto.
Le chitarre costruiscono masse sonore imponenti, stratificate, percorse da feedback e abrasioni che ricordano tanto il noise più radicale quanto certe derive industriali e no wave. Eppure, dietro questo impatto quasi fisico, permane costantemente un nucleo emotivo che impedisce alla musica di ridursi a semplice esercizio di potenza.
Brusaschetto continua a muoversi lungo la traiettoria che ha definito la sua identità artistica fin dagli esordi del 1994. Nei suoi lavori non esiste separazione tra ricerca e sentimento: la sperimentazione non è mai fine a sé stessa, ma diventa un mezzo per esplorare stati interiori complessi, inquietudini, lacerazioni e fragili possibilità di redenzione.
In ''Dichotomous'' questa caratteristica emerge con particolare evidenza. Ogni riff appare come un blocco di materia sonora in continua trasformazione; ogni dinamica sembra suggerire un conflitto irrisolto tra pulsioni opposte. L'ascolto richiede partecipazione. Non ci sono melodie rassicuranti o strutture immediatamente assimilabili. Al contrario, il disco invita a perdersi nei suoi dettagli, nelle tensioni che si accumulano e nei continui slittamenti percettivi.
È una musica che si sottrae alla velocità del consumo contemporaneo, chiedendo tempo e disponibilità all'immersione. Solo allora emergono le sue geometrie nascoste, la logica interna che tiene insieme il caos apparente. Particolarmente affascinante è il modo in cui Brusaschetto riesce a mantenere equilibrio tra istinto e controllo. Le sue composizioni sembrano spesso sul punto di collassare sotto il peso delle dissonanze, ma trovano sempre una forma, una direzione, un senso.
È qui che si manifesta la maturità di un autore che ha fatto della tensione il proprio habitat naturale, imparando a governarla senza addomesticarla. ''Dichotomous'' non cerca di conquistare l'ascoltatore con immediatezza. Preferisce insinuarsi lentamente, lavorare per accumulo, lasciare tracce che continuano a riaffiorare anche dopo la fine dell'ascolto.
È un'opera che conferma Daniele Brusaschetto come una delle voci più originali e coerenti della musica sperimentale italiana: un artista che continua a reinventare il proprio universo sonoro senza perdere la forza espressiva che lo anima da sempre.
In un panorama spesso dominato dalla ripetizione di formule consolidate, ''Dichotomous'' rappresenta invece l'ennesima dimostrazione di come la ricerca possa ancora essere un atto necessario e profondamente umano. Un disco aspro, magnetico e inquieto, capace di trasformare il rumore in emozione e le crepe del suono in luoghi di sorprendente bellezza. (Andrea Rossi)