FICUFRESCHE  "Voci dalle Toraglie"
   (2026 )

Sulle pendici del vulcano Roccamonfina, in Campania al confine con il Lazio, sorgono numerose frazioni che conservano i resti di un mondo arcaico. Fra le tradizioni, noi qui approfondiamo quella dei canti di lavoro.

Le ricerche etnomusicologiche di Maura Sciullo e Immacolata Argiento hanno salvato alcuni di questi brani, registrando dal 2001 al 2008 voci popolari che, oltre a cantare, raccontano il contesto in cui nascevano spontaneamente quei canti.

Nella raccolta “Voci dalle Toraglie”, uscita per Liburia Label, sono presenti 28 tracce, tra le quali sono presenti racconti della vita contadina, sia di lavoro che di riposo. Come “Si lavorava e si cantava”, dove l'anziana ricorda che il canto aiutava a non percepire la fatica, quando si seminava o zappava anche sotto la pioggia, e quando si camminava per le mulattiere (“Carrettiera”), e come il racconto di “Nei cortili”, dove la signora racconta: “Dopo cena un uomo suonava l'organetto e le donne ballavano”.

Le tracce cantate alternano registrazioni delle voci originali, come il coro di venti secondi “Vurria cala 'nu laccio dal cielo”, alle reinterpretazioni di Sciullo e Argiento, o con le sole voci, spesso all'unisono, o accompagnate dal tamburo a cornice e poche altre percussioni, e in alcuni momenti, anche da organetto e chitarra, come in “Canto alla girata”.

Uno dei momenti più suggestivi della raccolta è quello del “Canto alle ulive”, dove la voce allunga le parole con molti melismi, sono presenti i doppi flauti e suoni ambientali. In “Carrettiera” le voci sono accompagnate da sonagli e zoccoli di cavallo.

I temi sono della vita quotidiana, ma le parole spontanee rivelano una consapevolezza sociale, come si sente in “Vattipaglia”, dove il ritornello è incentrato sulla creazione dei maccheroni: “Vattipaglia, e chi fa i maccarune e chi li taglia”; poi appare il padrone, proprietario di “36 castelli”, e viene denunciata la povertà nella filastrocca “Maronna mia Maronna”.

Come ribadiscono le due cantanti ricercatrici, queste donne non vengono raccontate come vittime, bensì come lavoratrici che attraverso il canto dimostrano coscienza di classe e dignità.

La produzione è tridimensionale: il marranzano (scacciapensieri) che si sente in “Vendemmia” sembra di averlo vicino alle orecchie, e il tamburo a cornice in “Ballarella” è roboante. La melodia cantata in “Nonnarella” è misteriosa e viene fatta riecheggiare.

I cicli della vita agricola sono centrali, legati ai mesi dell'anno, partendo da “Io so' settembre” a “Santo Giugno”. Poi c'è spazio per una forma più nota nel Lazio, quella degli stornelli, che si rivela presente anche in questa zona.

Una di queste tracce si chiama proprio “Stornelli alla romana”, riconoscendo la contaminazione, e viene cantata nell'ultimo brano, “Stornelli di saluto”, che riassume lo stile documentato e le tematiche affrontate: “Te canterò stornelli alla romana (…) e lu padruni mio mangia mele, stasera me le manna cu le stelle, e lu padruni mio mangia meluni e stasera me li manna cu la luna (…) bonasera e ce ne jammo”.

E ce ne andiamo anche noi, sapendo che ora abbiamo un nuovo tassello che mancava alla mappatura etnomusicologica, sempre in corso fin dagli anni Cinquanta del Novecento, che ci testimonia la complessità, le somiglianze e le diversità dei canti di lavoro regionali in Italia, e l'importanza della loro funzione di collante sociale. (Gilberto Ongaro)