SEDDOK  "Geometrie nere 2"
   (2026 )

Il termine sinestesia, fenomeno percettivo noto sin dai primi dell’‘800 e studiato delle neuroscienze dagli anni ‘90, definisce un fenomeno di interconnessione sensoriale in cui uno stimolo elaborato da uno specifico canale attiva simultaneamente un suo corrispettivo deputato alla elaborazione degli stimoli provenienti da un altro organo di senso. Più precisamente, un input proveniente da una determinata area cerebrale attiva in modo automatico e involontario l'esperienza di un secondo senso.

Uno stimolo visivo ad esempio può evocare una melodia, un sapore, un odore e viceversa. Nella musica in particolare si parla di cromestesia laddove i suoni riescono ad evocare la visione di colori o forme. Si tratta insomma di una sorta di “orchestrazione dei sensi” assai frequente nell’arte. E fa particolarmente piacere quando la ricerca scientifica pone alla sua attenzione fenomeni in realtà noti, almeno sul piano intuitivo e dell’esperienza personale, ad ogni appassionato di musica come chi scrive e chi legge, appassionati che ben conoscono l’importanza (in primis, ma non solo) delle immagini di una copertina per caratterizzare un disco arrivando perfino ad influenzarne le scelte (mi si perdoni l’autocitazione di un libro ma non posso non richiamare lo scritto dell’amico Alberto Voglini, Albesound, anch’egli recensore e redattore di Music Map, Il prog come fonte di introspezione immaginifica, in A. Voglini A., M. Pini, Una sana malattia. Il Rock Progressivo. Mito e realtà fra passato, presente e futuro, Felici Editore, 2026, pp 41-48).

Vi chiederete che “c’azzecca” tutto questo con ''Geometrie Nere 2'', secondo album dei Seddok (A.T. La Morte, basso; Marco Nepi, chitarra; Enzo P. Zeder, sintetizzatori e batteria) uscito a quattro anni di distanza da quello di esordio, ''Geometrie Nere'' (2022), ispirato al pittore veneziano Emilio Vedova. Tenete presente il titolo, osservate la copertina di ''Geometrie Nere 2'' (fondo scuro dove si stagliano figure geometriche verde e bianche “refrigeranti”, scritte verde chiaro nel retro), la foto dei componenti della band al suo intero, posture seri(os)e ed enigmatiche che guardano verso l’infinito, e mettete il CD nel lettore: il gioco è fatto. L’impressione è quella di una armonica convergenza fra tutte le componenti ora menzionate.

A dir la verità sarebbe opportuno aggiungere il prefisso “dis” a “armonia” visto l’effetto dirompente del disco rispetto alle aspettative di chi troppo frettolosamente associa la musica ad una sequenza armonica di suoni, magari sdolcinati, all’insegna di un illusorio quieta non movere et mota quietare o, peggio, alla cosiddetta evasione, che come sappiamo ben raramente è libera ma soggetta a una serie di condizionamenti sociali e soprattutto (guarda caso) economici.

Per gli amanti delle etichette (pur riconoscendo la praticità delle etichette non sono fra questi come più volte ho scritto) il genere si colloca sulla scia del Rock in Opposition (RIO), ovvero nei sui recenti sviluppi rispetto all’originario settantiano, allora definito più genericamente “sperimentazione” (Henry Cow, Stormy Six, in parte gli Area, per intendersi), convenzionalmente definito Avant-Prog, con non troppo celati richiami al doom metal.

Prodotto come il precedente da una Lizard Records non certo nuova a operazioni del genere, filone compreso (sto pensando all’esperienza coi Morkobot risalente a oltre venti anni fa), il disco è composto da 4 tracce (“Movimenti”) caratterizzate da atmosfere elettroniche scure, grevi, non di rado inquietanti, che non concedono momenti di distensione. Parte in modo lento, quasi minimalista, per crescere gradatamente d’intensità passando anche da loop sonori che proiettano in scenari tutt’altro che rassicuranti. Un risultato frutto di ispirazione, capacità creativa, originalità ed una buona dose di coraggio nello sfidare le convenzioni, elementi che i Seddok possono vantare.

E se quanto sopra descritto fosse (anche) una fotografia dell’attuale realtà distopica che stiamo vivendo? Se la funzione dell’arte, musica compresa, non è quella di edulcorare la realtà come troppo spesso avviene per fini ben lontani dalle sue nobili finalità (mica sarà ancora per la vil pecunia?) ma anche quella di rappresentarla in tutta la sua crudezza, chi ama davvero questa sublime Musa non può esimersi di conoscerne ed apprezzarne tutte le sfaccettature quando queste, come nel caso dei Seddok, possiedono il marchio di qualità. (MauroProg)