AC/DC  "Highway to hell"
   (1979 )

Ci sono dischi che non si limitano a raccontare un momento storico: lo definiscono. ''Highway to Hell'' è uno di questi.

Con il loro sesto album, gli AC/DC riescono nella magia di trasformare l’irriverenza del rock stradaiolo in un manifesto definitivo, scolpito in dieci brani asciutti, diretti, impeccabilmente costruiti per essere urlati a volume indecente.

È il canto del cigno di Bon Scott, ma nessuno poteva saperlo allora. E forse è proprio questa inconsapevolezza a regalare all’album un’energia disarmante: non c'è retorica, non c’è tragedia, solo la gioia bruciante di un rock che vive e muore nel momento in cui lo suoni.

Per la prima volta gli AC/DC lavorano con un produttore esterno, il veterano Mutt Lange, che porta ordine, profondità e un equilibrio quasi chirurgico nel loro caos elettrico. Il risultato? Un suono più pulito, compatto, pronto a sfondare le radio senza rinunciare all’irruenza che li ha resi famosi.

La title track, ''Highway to Hell'', è un pugno nello stomaco travestito da inno: un riff immortale, una batteria che marcia come un convoglio di camion in piena notte, e Bon Scott che sembra alzare il dito medio al mondo intero con una naturalezza che oggi suona quasi romantica.

Ogni brano è costruito come un piccolo meccanismo perfetto: niente fronzoli, niente sovrastrutture, niente virtuosismi per impressionare. Il segreto degli AC/DC è sempre stato questo, e ''Highway to Hell'' lo esprime nella sua forma più pura.

“Girls Got Rhythm” è rock’n’roll erotico e sfrontato, senza pretese e senza filtri, “Touch Too Much” mescola un’anima più melodica a un ritornello che rimane incastrato in testa come una pubblicità scolpita nella pietra, “If You Want Blood (You’ve Got It)” è un’autocelebrazione resa credibile da un groove tiratissimo, un pezzo che pare scritto per i palchi più che per gli studi, e poi “Night Prowler”, cupa, lenta, densa: un finale che scava e lascia sospesi.

È un album che vive della sua stessa coerenza interna: non concede pause né deviazioni, come una corsa in autostrada in cui si accelera sempre un po’ di più.

La vera anima del disco è lui: Bon Scott. Spirito libero, istrione, poeta sporco e senza compromessi. In ''Highway to Hell'' la sua voce non è solo un mezzo espressivo: è l’incarnazione stessa del rock. Sembra sorridere, ringhiare, raccontare storie di vita borderline senza mai cadere nella caricatura.

Riascoltato oggi, sapendo ciò che accadrà pochi mesi dopo, il disco assume una patina quasi mitologica. Ma non è un’opera triste: è un inno alla vita vissuta senza freni, alla musica come impulso primordiale.

''Highway to Hell'' non è importante soltanto per ciò che rappresenta nella storia degli AC/DC, ma per l’impatto che ha avuto sul rock tutto. Ha anticipato l’era degli stadi, ha mostrato come il rock duro potesse essere allo stesso tempo ruvido e accessibile, ha spianato la strada al successivo ''Back in Black''.

È un album che non ha bisogno di reinventare nulla perché fa meglio tutto ciò che già esisteva: riff, ritmo, carisma. È pura identità. Un classico eterno: feroce, essenziale, irresistibile. Il rock allo stato più semplice e più potente. Una strada verso l’inferno che nessun appassionato dovrebbe evitare. (Andrea Rossi)