PORTISHEAD  "Dummy"
   (1994 )

Il trip-hop nacque all’inizio degli anni ’90 in Inghilterra, ponendosi come manipolazione e superamento della musica da discoteca; impiegando sonorità massicciamente mutuate dal dub e pescate a piene mani dalla lounge-music da club, alcuni artisti particolarmente dotati ed ispirati (Massive Attack, Tricky e naturalmente i Portishead di Geoff Barlow e Beth Gibbons) coniarono uno stile espressivo che non rinunciava al groove danzereccio pur suggerendo scenari diametralmente opposti, in pratica ammantando di una fredda tetraggine sonora tracce scarne ed esangui. In realtà questa musica non è oscura, perchè le manca l’intenzione di esserlo: è gloomy solo di fatto, ma non lo è nella sostanza nè tantomeno nella volontà. D’altro canto è musica astratta, troppo cerebrale per poterla considerare dance strictu sensu, troppo sintetica per mirare a trasmettere emozioni, troppo gelida per riuscire ad entusiasmare: è uno studio erudito, un esperimento colto condotto sulla manipolazione della ritmica per il tramite di arrangiamenti curati a tal punto da risultare totalizzanti nella loro raggelante precisione matematica. Sull’osannato debutto “Dummy”, i vocalizzi jazzy di Beth Gibbons – sempre identica a sé stessa dalla prima all’ultima traccia - smussano sì certe sinistre asperità che rischierebbero altrimenti di connotare eccessivamente l’album, ma al contempo rivestono di una patinata stucchevolezza questa piatta e monocorde musica da salotto; tutto appare ragionato e controllato, un magma indistinto privo di profondità, una musica brutta senz’anima che non ha un picco, un guizzo, un’apertura, una melodia da ricordare, un refrain accattivante, un’intuizione che non sia autoreferenziale. Sfilano - falsamente lugubri - canzoni che rinunciano a svilupparsi, aggrappate ad esili trame dub nelle quali il senso di monotonia si fa addirittura opprimente in un susseguirsi ininterrotto di litanie rimbombanti, canzoni che suonano volutamente sgradevoli per la palese rinuncia ad essere canzoni e che trovano in questo arzigogolo concettuale la propria perversa ragion d’essere. Il torpore insopprimibile trova requie solo in alcuni episodi appena più gradevoli (proprio perchè più fruibili), ibridi tra jazz-lounge (“It could be sweet”) e soul-blues (“Sour times”, ma soprattutto la splendida “Glory box” che chiude il disco permettendo finalmente ad una chitarra di fare capolino), solo eccezionalmente basati su spunti armonici che riescono ad elevarsi oltre il muro invalicabile di elettronica funerea che tutto permea (“Roads”), restando sempre e comunque subdolamente inquietanti (“Mysterons”). Disco noioso che ha forse senso ascoltare ad alto volume nella penombra di un club, pigramente adagiati su un divanetto di velluto nero, in un consigliabile stato di almeno blanda alterazione psichica. (Manuel Maverna)