DAVID SYLVIAN  "Secrets of the beehive"
   (1987 )

L’unicità di David Sylvian risiede tutta nel fascino di un timbro vocale inconfondibile, riconoscibile tra milioni di voci, suadente come pochi altri vocalist maschili sanno essere. La sua arte va ascritta di diritto alla musica colta, filone occulto che si potrebbe collocare in una sorta di area di confine tra il jazz, la musica concettuale e la new-age, con elementi mutuati dalla musica classica nella sua variante cameristica. Sono canzoni dall’incedere pacato e riflessivo, musica atmosferica levigata e trasognata, musica da immagini, arte sonora resa appena più fruibile dalla conservazione della forma-canzone. Il tessuto sonoro è fatto di intarsi complessi, melodie forzatamente ricercate e progressioni armoniche che si intrecciano lavorando per contrasto piuttosto che per consonanza; il risultato è spiazzante, offrendo composizioni che dovrebbero suonare come languidi brani romantici ma che rimettono tutto in discussione alterando i rapporti tra le note. La voce di Sylvian - qui più addomesticata rispetto agli album precedenti dove talvolta tendeva a spingersi fino a limiti discutibili - segue traiettorie oblique, oscillando subdola a cogliere tonalità non dominanti, ora insinuante, ora sfuggente, senza tuttavia riuscire ad arginare un endemico senso di noia che pervade le dieci tracce (tutte peraltro ridimensionate quanto a durata). E’ una sorta di dono alla rovescia, quello di Sylvian, o - se preferite - una maledizione: la dote di trasformare in potenziale poesia sonora qualsiasi intuizione, e la condanna ad appiattirla in un salmodiare cantilenante e tedioso. Ogni lied procede per implosione, col tema che anzichè espandersi si avvolge sulle proprie spire in un tentativo di esplorazione condotto in profondità e non già in superficie: ne è un esempio “The boy with the gun”, che inizia con una bella e promettente strofa percussiva per dissolversi in un ritornello che ritornello non è, avviluppato su un tema laterale, così come la nenia contorta di “Let the happiness in” o la sottile, incerta melodia che sorregge a malapena “Waterfront”. A lungo andare il lento fluire di questa musica chirurgicamente studiata per produrre un effetto avvolgente (è la lezione Jansen-Barbieri, ma soprattutto il verbo di Sakamoto) assume una valenza vagamente ipnotica, suggerita e rafforzata dalla meticolosità degli arrangiamenti e dalla cura estrema dei suoni. La piacevole, ma sempre complessa fluidità di certi brani (“Orpheus”) fa da contraltare ad alcune sperimentazioni più ardite (il jazz di “Mother and child”) senza mai abbassarsi ad una accessibilità mainstream, al limite sfiorandola in pochi episodi (il fosco rallentamento dark di “Maria” – quasi un pezzo dei Cure –, il flamenco truccato di “When poets dreamed of angels”, o ancora l’apparente linearità della conclusiva “Promise”, appena incrinata da un brusco passaggio del refrain): musica di classe, raffinata e cerebrale, rarefatta ed inafferrabile, destinata ad un orecchio adeguatamente indottrinato. (Manuel Maverna)