BJORK  "Post"
   (1995 )

Per un tradizionalista come me, cultore incallito di classici, non ci sono dubbi: la musica è e deve restare “arte di combinare più suoni in base a regole ben definite” (vedi dizionario Zingarelli), e non una sequenza ottusa di x o y martellate al minuto, e neanche un borbottio sincopato emesso da qualche ex teppista tirato fuori da un ghetto per essere trasformato in una star. E’ un punto di vista logico e direi ovvio, ma è bene non seguirlo con troppa rigidità, per evitare alcune conseguenze negative. In particolare c’è il pericolo di fare tabula rasa di tutti i fenomeni nati dopo un certo periodo (nel mio caso più o meno dagli anni ’90 in poi), oppure di prendersi tremende allergie per certi tipi di suono (nel mio caso certi rumori elettronici tipici della musica “dance” più commerciale). Si corre per esempio il rischio di non conoscere mai dischi come quelli di Björk, solo perché ricchi di sonorità un po’ plastificate, tipicamente anni ‘90, senza tenere conto che quando alla base c’è un certa inventiva è possibile ottenere qualcosa di buono anche con questi mezzi. Ma prima o poi la curiosità prevale sulla diffidenza, e quindi ecco che arriva una sorpresa piacevole quanto tardiva (“Post” è del 1995). Disco estremamente vario, in cui il piccolo folletto islandese salta con grande dimestichezza da un genere all’altro, dimostrando un’enorme versatilità vocale, che spazia dall’amabile cinguettio alla Kate Bush, posto all’inizio di “Hyper-Ballad”, agli strazianti urli da gabbiano che lacerano la tetra e compatta base ritmica di “Enjoy”, brano che non è esagerato definire “gabrieliano”. Aggettivo valido anche per l’iniziale “Army Of Me”: una volta superata una certa impressione simile a quella dell’entrata in funzione di una lavatrice, ci si accorge che questa centrifuga di suoni è una robusta base che serve a Björk per far risaltare al meglio i suoi vocalizzi potenti e incisivi. Sotto una coltre di ritmi apparentemente freddi fanno capolino sempre più spesso temi musicali diretti e coinvolgenti, come in “The Modern Things”, bel lento sostenuto che va a sfumare in un effetto “vecchio disco graffiato”, effetto che poi ritroviamo anche in quasi tutta la dolcissima “Possibly Maybe”, quasi come un rassicurante segno di continuità tra la musica “digitale” di Björk e quella dell’era analogica, dei vecchi cari dischi di vinile. Ma l’atmosfera più sublime è concentrata nei due minuti e mezzo di “You’ve Been Flirting Again”, che come tutte le cose più belle vola via in un soffio, ma si lascia dietro una scia di rarefatta armonia orientaleggiante, che rimanda addirittura a certa musica da camera di Debussy. Qui chiedersi se quella che stiamo sentendo è una vera orchestra d’archi o qualche diavoleria elettronica diventa assolutamente ozioso: quel che conta è che un motivo del genere ci rapisce. A ruota ecco un’altra gemma: “Isobel”, ricca di echi gershwiniani e sostenuta da una ritmica decisa eppure mai invadente, assolutamente raffinata. Verso la fine del disco il clima si fa sempre più rarefatto, con l’eccezione un po’ più ordinaria e commerciale di “I Miss You”. Raggiunge livelli da new age in “Cover Me”, dove le tastiere assumono sia la dolcezza dell’arpa che il trillo metallico del clavicembalo, e ancora di più in “Headphones”, che chiude il tutto in un clima soffuso di percussioni ovattate, che sembrano smorzate ad arte per non disturbare. Verrebbe da dire che è il brano ideale per addormentarsi, anche se ciò si presta ad essere inteso in senso ironico e dispregiativo. Nel complesso un bel disco, un’offerta di razionalità e tecnologia al servizio del benessere di chi ascolta, una proposta che arriva dal profondo Nord, da una terra che è proprio come Björk: tutta ghiaccio all’esterno, ma piena di fuoco appena sotto la crosta. (Luca "Grasshopper" Lapini)