KETTLE OF KITES  "Arrows"
   (2019 )

I Kettle Of Kites sono una strana, insolita creatura. Sfuggente, mutevole. Un’entità con in dono la rara dote di portare a spasso composizioni inafferrabili in modi e luoghi insondabili. Canzoni che nascono tonde e muoiono quadrate, per dirla tutta.

Sono tre genovesi (Marco Giongrandi, Pietro Martinelli e Riccardo Chiaberta) ed uno scozzese (Tom Stearn, autore di tutti i brani, la scintilla dalla quale nacquero); “Arrows” – libero concept sci-fi - è il loro secondo lavoro a quattro anni dal debutto – anch’esso autoprodotto – di “Loan”.

Fra vestigia sparse di world-music truccata (“Supernova”), parentesi di elegiaca purezza (“Giants”), oasi di meditabonda riflessività ad un passo da Radiohead (“Caves”) e qualche timida eco canterburiana (“Weathervane”) richiamano certe rarefatte, cesellate, sfaccettate atmosfere dei Police meno popolari, mentre una melodiosità tortuosa segna percorsi pervasi da un romantico afflato e da divagazioni suadenti.

Sospeso su una coltre di esile melanconia degnamente assecondata dal crooning languido di Stearn, appeso al filo di armonie infide eppure coinvolgenti, “Arrows” dipana la sua matassa con sobria eleganza, costruendo sviluppi curiosamente imprevedibili, impennate inattese giocate su un registro pacato che flirta con piccoli screzi di jazz leggero (“Looking down at it”) o si affida talora a tessiture di elettronica confidenziale e carezzevole (i tre minuti di ondivaga malìa di una deliziosa “Lights go out”).

“Orchid” irrobustisce la sezione ritmica disegnando un vorticoso crescendo che sa di Dirty Projectors e di Housemartins, di Beautiful South o addirittura di Smiths, in bilico su una struttura che di continuo evolve in altro; “In the dome”, introdotta dal banjo, assume via via sembianze che travalicano l’impressione iniziale, infilandosi in un dedalo di suggestioni folkish prossime alla musica da camera; i cinque minuti di “Oliver” sublimano in uno scintillante climax orchestrale il graduale, quasi impercettibile movimento ascendente che caratterizza l’intero album fin dalle prime note, emblematico - ma composto – rilascio di una tensione a lungo trattenuta.

E’ l’ultima eco di un disco aggraziato e ricercato, che trasmette con raffinato garbo il suo messaggio di raccolta intimità e sottile poesia. (Manuel Maverna)