VELVET UNDERGROUND  "White light / White heat"
   (1967 )

La discesa agli inferi dei Velvet Underground continua nel secondo lavoro del gruppo, questa volta senza Nico né Warhol.

Ciò che ne vien fuori è un intruglio ancora più torbido di sesso e morte, un’ipnosi tagliente che si espande sempre più.

I carillon melodici dell’esordio sono abbandonati a favore di un maggiore uniformità di suono che rimanda a brani come “European Son”, “The Black Angel’s Death Song” e “I’m Waiting For The Man”.

La band insiste sulla psichedelia febbrile che fino a quel momento aveva caratterizzato solo una parte del loro suono. Bisogna constatare che questo secondo disco non è ampio come il precedente; se “The Velvet Underground & Nico” era una sintesi estrema di tutto ciò che il rock era stato e sarebbe stato, “White Light/White Heat” è un affresco, egualmente terribile, di vita e morte.

Da questo punto di vista, la coerenza musica-tematiche è maggiore nell’album in questione; la paranoia urbana, la corruzione dello spirito, l’edonismo e, più in generale, la società del XX secolo si incidono su queste immani distorsioni in modo perfetto.

L’opera, pur essendo inferiore per importanza storica, ha una carica “poetica” sicuramente pari a quello precedente, se non superiore. Queste 6 canzoni scaturiscono dall’incontro micidiale tra selvagge distorsioni ed una freddezza inumana. Ci si inoltra in territori ancora sconosciuti.

La title track apre il disco, un rock'n'roll frenetico e malato. Ma non c’è niente di piacevole, perché ci ritroviamo presto in un vorticare di voci e rumori delirante. La droga lascia il posto al panico ed al rimorso con “The Gift”; uno tra i brani più originali del gruppo. Il parlato di Cale, monotono e straniante, narra la lunga storia di un uomo che si invia in un pacco alla fidanzata che lo uccide mentre tenta di aprire il dono con delle forbici. Liriche e musica hanno una potenza emotiva formidabile dando vita ad un esperimento sicuramente riuscito. “Poi s’inginocchiò, prese il taglialamiere con entrambe le mani, fece un respiro profondo, e sprofondò la lunga lama al centro del pacco, attraverso lo scotch, attraverso il cartone, attraverso l’imbottitura, e attraverso il centro della testa di Waldo Jeffers, che si squarciò lieve tra archi ritmici di color rosso che pulsavano dolcemente nel sole del mattino”.

"Lady Godiva's Operation” è un’altra terribile visione di morte. La voce morbida di Cale e quella acida di Reed si intrecciano in una superba poesia oscura. La melodia è accuratamente immediata, ma le sensazioni sono tutt’altro che positive. La morte della lady è annunciata da terribili sospiri nel finale.

“Here She Comes Now”, unico calo di tensione, è un ossessivo reiterarsi di pulsioni sessuali e desiderio. L’ossessività pervade ogni nota del disco. “I Heard Her Call My Name”, altro incubo popolato di spettri, è una scarica elettrica devastante, caratterizzata dalla ritmica incalzante e le distorsioni furiose.

I 17 minuti di “Sister Ray” deflagrano mostruosamente davanti ai nostri occhi. La prima sensazione è il disorientamento. Droga, sesso e morte si succedono nello sviluppo della vicenda. Il terribile caos eretto dal muro di distorsioni è imponente, la ritmica costante accompagna una sorta di messa nera, in cui il rumore si fa arte. Il sovrapporsi confusionario di chitarra e organo danno vita ad un demonio assetato di sangue. La vittima sacrificale siamo noi, intrappolati in questa orgiastica poesia.

Il brano, uno dei più estremi della storia del rock, è anche uno dei più completi e ben concepiti dal gruppo. Reed non sarà mai più così incisivo nel canto, le trame psichedeliche di Cale sono qui al loro massimo splendore, il suono dei Velvet Underground non è mai stato così violento e grezzo. Lo stupore dei primi ascolti lascia successivamente posto ad un vero e proprio piacere sadico che viene stimolato veementemente da “Sister Ray”; perfetta, apice assoluto della carriera del gruppo e probabilmente tra quei pochi brani che riassumono in sé tutta una filosofia di vita e, più in generale, uno stato della mente.

“White Light/White Heat” non eguaglia il predecessore, anche perché si tratta forse del disco più importante di sempre, ma è senza dubbio un album fondamentale. La copertina esprime bene l’atmosfera dominante nei sei brani. Una vorticosa spirale di morte che assale i sensi e ci lascia un senso di stupore enorme. Questo è il disco; un dipinto nero, un presagio di morte. Poesia metropolitana. (Fabio Busi)