HAYLEY WILLIAMS  "Ego death at a bachelorette party"
   (2026 )

Nell’ultimo disco - il terzo di una carriera in ascesa e oggettivamente interessante - Hayley Williams porta a compimento il suo percorso più radicale, firmando un lavoro che la colloca sempre più lontano dalle categorie tradizionali del cosiddetto pop alternativo americano, una categoria dove potresti trovare di tutto e che mette a dura prova i costruttori di etichette.

La sua voce — una mezzosoprano istintiva, irregolare, emotiva prima che “bella” secondo i vieti canoni attuali — viene trattata come materia viva: graffia, si spezza, diventa quasi parlata. Non interpreta, si espone. Può risultare anche antipatica, ma se, come per le conoscenze casuali, spezzi il velo delle consuetudini, sarai ripagato da una dimestichezza di cui difficilmente farai a meno.

Il suono dell’album segue la stessa linea di frizione. La produzione rinuncia a qualsiasi patina rassicurante per concentrarsi su arrangiamenti essenziali, dinamiche instabili e texture ruvide, dove silenzi, saturazioni leggere e imperfezioni diventano parte integrante della narrazione. La voce non domina il mix ma vi si immerge, emerge e scompare, lasciando che il suono accompagni — e a volte contraddica — l’emotività dei testi.

In questo senso, Williams può essere letta come una sorta di versione statunitense di Cristina Donà o Beth Orton (giusto perché nel mio personalissimo, e soggettivo, e opinabile gineceo musicale si accendono queste lampadine, imho), più per affinità di visione che per somiglianza diretta.

Come Donà, condivide un cantautorato frontale e privo di compiacimenti, un uso della voce come strumento narrativo e una scrittura che accetta l’ombra e il disagio come elementi centrali. Ma, rispetto all’introspezione più trattenuta dell’artista italiana, Williams porta con sé un’eredità emotiva più fisica, figlia dell’emo e dell’alternative rock.

Il confronto con Beth Orton emerge invece sul piano sonoro: l’attenzione allo spazio, alle texture, all’incontro tra cantautorato ed elettronica minimale, con una voce spesso integrata nel paesaggio sonoro anziché posta in primo piano. Dove Orton, che peraltro appartiene ad altra generazione, tende alla sospensione contemplativa, però, Williams sceglie la tensione, l’attrito, il confronto diretto.

È insomma, questo, un disco che convince proprio perché non cerca consenso né nostalgia, ma costruisce un suono volutamente scomodo, in cui la produzione non serve a lucidare bensì a rendere udibile la vulnerabilità.

Più che un’evoluzione, è una presa di posizione: un album che rifiuta la perfezione in favore della verità, e che conferma Hayley Williams come un’artista per cui il suono non è cornice, ma sostanza emotiva. Voto 8. (Lorenzo Morandotti)