FLÖJTER  "Paris blow"
   (2026 )

C’è qualcosa di inevitabilmente fisico in ''Paris Blow'', debutto del duo Flöjter formato da Delphine Joussein e Mats Gustafsson: un disco che non si limita a essere ascoltato, ma che sembra piuttosto investire l’ascoltatore, travolgerlo con una massa sonora densa, irregolare e continuamente mutante.

Registrato dal vivo a La Dynamo di Parigi durante il festival Banlieues Bleues, il lavoro cattura l’energia di un incontro che ha radici profonde — i due musicisti collaboravano già nella Fire! Orchestra e nei Nout — ma che qui trova una nuova, radicale essenzialità.

Il formato in duo obbliga a una messa a nudo: niente rete, nessun contrappeso, solo il dialogo serrato tra il flauto amplificato di Joussein e i sassofoni (soprattutto baritono) di Gustafsson. Quello che ne deriva è un terreno ibrido, in cui le categorie (free jazz, contemporanea, noise, perfino metal) non funzionano più come confini ma come tensioni che si intersecano. È proprio in questa zona di attrito che ''Paris Blow'' trova la sua identità.

Joussein, lontana da qualsiasi idea tradizionale dello strumento, trasforma il flauto in una sorgente di suoni ruvidi, saturi, spesso percussivi. L’uso dell’elettronica e delle tecniche estese costruisce un linguaggio che oscilla tra gesto istintivo e controllo timbrico, tra lirismo frantumato e pura materia sonora. Di fronte (o meglio, insieme) a lei, Gustafsson si muove come una forza tellurica: il suo sax non è mai solo voce solista, ma un corpo vibrante che erode, spinge, stratifica.

Il disco procede per blocchi, accumuli e improvvise rarefazioni. Ci sono momenti in cui l’intensità sfiora territori quasi metal: non tanto per struttura, quanto per impatto e densità. Altrove, emergono inquietudini più vicine alla musica contemporanea, con microsuoni, respiri, scricchiolii e silenzi attivi che interrompono il flusso e lo rilanciano in direzioni inattese. È una dialettica continua tra pieno e vuoto, tra violenza e sospensione.

Il contesto live è fondamentale. Si percepisce la dimensione dello spazio, la risposta del pubblico, l’aria che vibra attorno agli strumenti. Non c’è nessuna volontà di “pulizia”: ''Paris Blow'' conserva l’imperfezione come valore, trasformando ogni frizione in elemento narrativo. È un documento vivo, non una semplice registrazione.

Ciò che colpisce maggiormente è la qualità della relazione tra i due. Non si tratta di un confronto egoico, ma di un ascolto radicale, in cui ogni gesto è immediatamente raccolto, contrastato, amplificato. Anni di collaborazione hanno affinato una sintonia che qui diventa quasi telepatica, pur mantenendo sempre un margine di rischio. E il rischio, in questo contesto, è tutto.

''Paris Blow'' è un debutto che evita qualsiasi forma di compromesso: spigoloso, intenso, spesso estremo, ma attraversato da una coerenza interna che lo rende sorprendentemente compatto. Un lavoro che si colloca ai margini, lì dove le definizioni si consumano, e che proprio per questo riesce a suonare necessario. (Andrea Rossi)