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SEBASTIAN BROWN "Windrose"
(2026 )
La creazione musicale e concettuale del romano Sebastian Brown è all'insegna della simmetria, che si nota osservando i titoli delle canzoni e anche la grafica della copertina. C'entrano Gesù, la psichedelia, Castaneda, Jodorowsky e il folk blues.
Uscito per l'etichetta Beautiful Losers, “Windrose” è un altro ritrovamento del produttore Andrea Liuzza, da sempre pescatore di pesci fuor d'acqua, di anime con qualcosa da esprimere per necessità e non per calcolo.
L'album di Sebastian Brown ci porta in una visione mistica e al contempo corporale, viscerale, perché si sa che nella ricerca spirituale più autentica, corpo e spirito non sono separati, non si mortifica il primo in favore del secondo, checché ne strillino quelli col cilicio.
Al secolo Daniele Mattioni, Sebastian Brown dà vita al fulcro principale dei suoni in una casa in mezzo al bosco. Attorno alla sua chitarra acustica si espandono poi i brani con l'elettrica, basso, sintetizzatori e percussioni. E ovviamente, la sua voce, graffiante e cavernosa.
Dicevo, le simmetrie. Il titolo dell'album, “Windrose”, fa riferimento alla rosa dei venti, quella che indica i punti cardinali. I cinque titoli delle canzoni, in ordine di scaletta, sono questi: “Westwards”, “Eastwards”, “Windrose”, “Northwards” e “Southwards”; il primo e l'ultimo brano sono lunghi, durano rispettivamente 14'41” e 11'11”.
Si capisce che “Southwards”, che conclude l'album con una folata d'aria elettronica ascendente, sia stata tagliata apposta di netto, affinché avesse proprio quella durata. L'11 è notoriamente un numero massonico, dai numerosi significati esoterici, specie se ripetuto due volte.
Si parla di “data portale”, di apertura a nuovi mondi, e il testo descrive una situazione apocalittica, in cui corpi tormentati desiderano proprio questo: “I still feel the torment of those torn bodies, filled with thirst for distant worlds”.
Ma andiamo con ordine, da ovest. Credo che la scelta di iniziare proprio con l'occidente sia scaturita dalle fondamenta cristologiche che sorreggono il concept. Anche il cortometraggio che accompagna “Westwards”, unisce paesaggi boschivi, un tramonto e un cimitero, all'immagine di un particolare Gesù in croce... pieno di tatuaggi.
Uno di questi tatuaggi è particolarmente significativo: sul ventre c'è Bafometto decapitato. Come a ricordare la vittoria di Cristo sul male. Ma l'iconografia è disturbante, non diluisce il lato violento e viscerale della battaglia spirituale; per questo, i riferimenti stilistici ricordano Jodorowski.
Il testo di “Westwards” inizia con un rovesciamento: “God is the son of Jesus' Father”. Poi arriva il connubio carne-spirito, sempre rivolto al crocifisso: “We are the flesh, He is the spirit. We'll be the spirit, He'll be the flesh”. In mezzo al suono oscuro, cerchiamo la luce spellandoci come serpenti.
Le chitarre riverberate proseguono il loro compito ipnotico anche in “Eastwards”, che rappresenta una fuga da questo calice: “I had to take refuge in the woods for a long time”. Ma questo soggiorno rende il protagonista un mostro: “I lived with wolves and hunted humans (…) I've now become what men feared”.
La breve titletrack è un drammatico pezzo in tonalità minore e con diversi accordi Sus4, quindi molto sospesa. Al centro di questa rosa dei venti, c'è una sinistra immagine profetica: “The last rose is about to fall in a rain of blood”. Poi si riparte guardando verso nord.
Se ovest ed est sono i due contrari spazi (vicinanza e lontananza), “Northwards” e “Southwards” contrappongono passato e futuro. Circondata da poche note di marimba, “Northwards” ricorda di un bambino che dorme nel prato inglese di una villa abbandonata. Ma non si sa se sia un sogno, o se... “Is he dreaming of me or am I dreaming of him?”.
Sebastian Brown si chiede se quel bambino sia un suo sogno, o se egli stesso sia il sogno di qualcun altro. Ma un'immagine dolorosa incupisce la scena: “There is a coffin at a birthday party”. Sì, perché finché si è piccini, il compleanno sono festoni e palloncini. Più cresci, più gli anni che si sommano sembrano un lugubre presagio, un fastidioso memento mori.
Ma allora rivolgiamoci direttamente al futuro, guardando verso sud. Come anticipato poco sopra, “Southward” pone lo sguardo in un lontano domani, dove siamo in pochi e bagnati dalla pioggia: “The rain has come to wet the clothes of the human remains”. E in questo finale ritornano gli Dei, al plurale.
Un'immagine presente nell'album ci mostra un disco volante in corrispondenza del Sud, suggerendo la provenienza di questi... come scrive Arthur C. Clarke: “Chiamiamoli Primogeniti” (da “3001, Odissea finale”).
I Primogeniti sono arrabbiati, perché gli umani non si sono ancora evoluti in duecento mila anni, e la canzone racconta che allora ritorneranno per rimettere le cose a posto. In questa mescolanza di spunti religiosi e letterari, il folk e il blues sono ogni tanto riscaldati da esplosioni post rock distorte, seguendo il filo del racconto.
Di sicuro “Windrose” non è un disco leggero, né ci tiene ad esserlo. Bisogna mettersi lì e dedicargli i giusti 40 minuti di attenzione. Se poi si colgono anche i segnali della copertina, che nel retro viene specchiata e invertita nei colori, ancora meglio. Buon viaggio, e non perdete la bussola!(Gilberto Ongaro)