HECATE ENTHRONED  "The corpse of a titan, a lament long buried"
   (2026 )

“The Corpse of a Titan, A Lament Long Buried” è il disco che dimostra come gli Hecate Enthroned non abbiano mai smesso di credere nella propria visione.

Ovvero: un black metal feroce, teatrale, intriso di un’aura rituale che non deve nulla alle mode e ancora meno alle derive politiche che hanno attraversato il genere.

A trent’anni dalla fondazione per mano del chitarrista Nigel Dennen, la band gallese torna con un lavoro che suona insieme come celebrazione, esorcismo e rinnovamento.

Gli Hecate Enthroned non hanno mai rinnegato la loro identità, ma qui la rielaborano con una lucidità sorprendente. Il disco non tenta di replicare la furia giovanile di ''The Slaughter Of Innocence, A Requiem For The Mighty'' — quella pietra miliare del 1997 prodotta da Andy Sneap, che contribuì a definire il black metal orchestrale — bensì la ingloba, la metabolizza e la proietta in una forma più cupa, più stratificata, più consapevole.

La band suona come se avesse scavato nel proprio passato per estrarne solo ciò che ancora brucia. L’impatto è immediato: chitarre taglienti, che alternano tremolo glaciale a riff più massicci e death-oriented, tastiere solenni, mai decorative, ma integrate come architetture rituali, e batteria vorticosa, che passa da blast furiosi a pattern più cadenzati e marziali.

La voce di Joe Stamps è ormai pienamente al centro del progetto, dopo il debutto in ''Embrace Of The Godless Aeon'' (2019), capace di muoversi tra growl cavernosi e urla laceranti. Il risultato è un equilibrio raro: l’orchestrazione non soffoca la brutalità, la brutalità non annulla la dimensione atmosferica.

È un disco che respira — ma ogni respiro è un presagio. Il titolo, ''The Corpse of a Titan, A Lament Long Buried'', suggerisce un immaginario di grandezza decaduta, di potenze antiche ridotte a carcasse cosmiche. La musica segue questa linea narrativa: brani che si aprono come caverne, che si espandono in crescendo minacciosi, che collassano in momenti di quiete spettrale prima di riesplodere.

Gli Hecate Enthroned non raccontano una storia lineare: evocano un mondo. Un mondo dove il titanico e il mortale si confondono, dove la tragedia è ciclica e inevitabile. Ciò che colpisce è la maturità: non c’è compiacimento tecnico, non c’è ricerca di “modernità” forzata. C’è invece la sicurezza di chi ha attraversato tre decenni di estremismo sonoro e ha imparato a usare ogni arma con precisione chirurgica.

Il disco è feroce, sì, ma anche profondamente curato: arrangiamenti più complessi rispetto al passato recente, una produzione che valorizza sia la densità che la dinamica, una scrittura che alterna impatto immediato e costruzione atmosferica.

È un lavoro che non vuole piacere a tutti: vuole essere vero. ''The Corpse of a Titan, A Lament Long Buried'' è uno dei capitoli più convincenti della carriera degli Hecate Enthroned. Un album che unisce la furia primordiale degli esordi alla visione più ampia e cinematica degli ultimi anni, senza mai perdere la propria anima.

È un disco che non si limita a riaffermare la band: la incorona come una delle realtà più coerenti e longeve del black metal britannico. Un lamento antico, sì, ma vivo, pulsante, ancora capace di scuotere. (Andrea Rossi)