iBERLINO  "Canzoni di fine estate"
   (2026 )

Il collettivo indipendente iBerlino arriva alla sua quinta uscita, “Canzoni di fine estate”, che vengono definite “cronache feriali e festive, d'amore e di morte”.

La mente principale attorno al progetto, Mirko Di Francescantonio, si focalizza su racconti reali e testimonianze importanti, accanto ad esperienze personali, accompagnate da un electro pop a metà tra new wave e trip hop.

“Quel che resta” apre le danze osservando la difficoltà di mantenere una coscienza collettiva: “Il popolo è un pubblico”, il popolo è massa intrattenuta. E continua: “Cosa resta dell'uomo se non il suo coraggio, rupestri evasioni tra catene di montaggio”.

Prima di addentrarci nei racconti, con “Alla fine di ogni notte” ci vuole una fuga nella città sull'acqua: “Andremo a Venezia a svagarci un po', dove le nuvole sono nell'acqua e le navi nel cielo”, ma poi il racconto va in Abruzzo, con “Le ombre che danzavano (una festa a Treglio)”.

Nella festa, c'è qualcuno che prende coscienza: “Disse il menestrello, non ci sono per il capo tribù, non ci sono più”. Il menestrello decide di volgere l'attenzione agli ultimi. E arriva “Via della Ricostruzione (storia di Onna)”.

Onna è stata l'epicentro del terremoto all'Aquila del 2009. E sopra un beat che suona anni '90, iBerlino cantano: “Ma guarda quelle case, sembrano San Sebastiano. Trafitte da travi, prendo la freccia dalla mano. Ma guarda com'è il cielo tra le nuvole e le gru”. Il brano finisce recitando nomi delle vittime.

“Fantasmi transumare” sposta l'occhio ai “pastori che diventano pescatori”: “Sui colli abruzzesi vedo fantasmi transumare (…) Vecchie storie come scintille da un caminetto (…) Se si smarrisse la memoria, suona zampognaro”.

“Madre di tutti i figli (per Riace)” è una dedica ai morti in mare che, senza nominarlo, fa ricordare le coraggiose decisioni di Mimmo Lucano, andando contro alla legge per rispettare la propria coscienza: “Il mare bagna i piedi di ognuno, il vento tenta ogni straniero. La polvere non nega le impronte a nessuno. E polvere noi torneremo, per le impronte che verranno”.

“Le terre di A. (storia di un venditore di strada)” si spiega da sola col titolo. Su un ritmo sincopato si racconta la storia di una persona che “ha venduto la sua identità, la sua famiglia è ciò che gli resta”, mentre “Lòm a Merz” guarda alla tradizione romagnola di raccontare le “fole”, cioè le fiabe alla sera (qua in Veneto si dice “fare filò”).

Questo brano è un suggestivo folk che a metà diventa un 6/8 di chitarra acustica, fisarmonica e viola, per poi tornare in un 4/4 elettropop. I riferimenti stilistici si mischiano. Ma poi si cambia tono, con “La polvere di paradiso (storia di Antonio e Roberto)”.

Questo è un racconto dell'ex operaio Antonio Matteo, che lavorava alle OGR (Officina Grandi Riparazioni), che racconta del collega Roberto, morto per amianto. La costruzione del pezzo ricorda, non solo nel titolo, l'entusiasmo iniziale di Lulù ne “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri (interpretato dal gigantesco Gian Maria Volontè): “E sembrava il paradiso, un paradiso stipendiato. Io e Roberto entrammo dentro quando la vita sembrava un treno costruito (…) guarda cosa ho costruito, un cacciavite a pompa, una laurea all'università della manutenzione, senza cuffie senza occhiali, contro denti di seghe circolari”.

E poi arriva il colpo al cuore, “Io del bosco non ho paura”. La musica cantata e suonata è costruita attorno alla voce di Flora Monti, una ex partigiana ancora viva, che ci racconta la sua testimonianza, quello che le è successo durante la Resistenza, mentre doveva passare un messaggio alla brigata: “Come sono arrivata dentro al bosco mi sono trovata tre persone, due tedeschi e un fascista, poi lì che hanno... mi hanno svestita. Lì è stata dura. Mi è andata bene perché non hanno trovato quello che avevo (…) quanto bosco ho fatto, ma quanto quanto, però non avevo paura del bosco”.

C'è poco da aggiungere, se non che questa testimonianza credo valga tutto il disco. È una memoria da preservare, soprattutto in questi anni in cui si tenta di revisionare la Storia fondante della nostra Repubblica; tanto di cappello agli iBerlino per averlo fatto.

“Cammina, sposa rossa” è il pezzo innamorato: “Ti vedo camminare su quei prati verdi mentre il tuo passaggio semina questa terra”. L'algido suono new wave è riscaldato dalla viola.

“La barca di San Vito (storia di fine estate)” è dedicata al funerale del padre di Mirko. Una dolce armonia di chitarra, viola e cori accompagna la voce grave che canta la cerimonia funebre. E, nonostante sia l'esperienza più personale dell'album, anche qui non si spegne lo sguardo verso la classe lavoratrice, osservando i movimenti della bara: “Come la sollevano da terra, quei giovani, alti marinai”.

Il testo è aperto anche da suggestioni pittoriche: “Sotto un cielo carboncino, case di pastelli colorati (…) ma qual è la tecnica preferita di Dio?”, e chiudono un disco che contiene delle storie importanti, cariche di umanità e in alcuni casi da far proporre anche a scuola. (Gilberto Ongaro)