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24/09/2026
24/09/2026 L-RHOSE
''Le cose non dette raramente rimangono ferme dove le abbiamo lasciate...''
Ha le sembianze inglesi, questo suono che scivola dentro un pop di nuova generazione… e l’incipit di voce descrive modi e melodie che un poco rimandano ad un certo Baglioni prima maniera… e le geografie non sono distanti, anzi. Esce il nuovo singolo dal titolo “To Say I Miss You” a dirma degli L-Rhose, il peso delle parole trattenute e di quei sentimenti che l’orgoglio rischia di trasformare in rimpianto. E tutto questo ha quel senso di viaggio, di modi glitterati un poco, quello stile che all’estetica danno ampio spazio e valore.
Che rapporto avete con il “non detto”? Che penso sia tutto oltre il semplice sentimento... ''Il “non detto” ha un peso molto più grande di quello che immaginiamo. Spesso nasce dalla paura, dall’orgoglio, dalla vergogna, dalla difficoltà di mostrarsi vulnerabili, ma anche dalla mancanza di fiducia nell’altra persona o, al contrario, dal fatto che qualcosa non ci interessi abbastanza da volerla affrontare.
Il problema è che le cose non dette raramente rimangono ferme dove le abbiamo lasciate. Possono diventare fraintendimenti, distanza, incomprensioni, oppure alimentare sentimenti negativi che magari si sarebbero potuti evitare semplicemente parlando, chiarendosi. E poi ci sono quelle parole che non diciamo perché pensiamo di avere ancora tempo. Forse è proprio lì che il “non detto” diventa più pesante: quando qualcosa che avremmo potuto dire si trasforma in un rimpianto.
È un tema che sentiamo molto vicino a “To Say I Miss You”. Dire “mi manchi” sembra una cosa semplice, ma in realtà richiede di esporsi, di mettere da parte l’orgoglio e ammettere che qualcuno ha ancora un peso nella nostra vita. A volte non lo facciamo perché aspettiamo il momento giusto, perché non vogliamo fare il primo passo o perché pensiamo che l’altra persona dovrebbe già sapere quello che proviamo.
Ma non è detto che sia così. E soprattutto non è detto che avremo sempre un’altra occasione per dirlo.
“To Say I Miss You” nasce anche da questa consapevolezza: alcune cose hanno valore proprio perché vengono dette. Non necessariamente per cambiare quello che è successo, ma perché esprimere ciò che sentiamo può impedirci di lasciare che il silenzio decida al posto nostro. E forse, in fondo, il vero rimpianto non è sempre quello di aver detto troppo, ma quello di non aver detto abbastanza quando ne avevamo ancora la possibilità''.
E dunque alla mancanza rispondiamo con una distanza o con una sconfitta e resa? ''Non parleremmo di sconfitta o di resa. La mancanza, così come le cose non dette, fa parte della vita e delle relazioni, e ognuno trova il proprio modo di affrontarla. A volte significa accettare una distanza, altre volte provare a colmarla; in entrambi i casi, però, la cosa importante è non smettere di andare avanti.
Per noi, prima ancora di ricostruire un rapporto con qualcun altro, c’è da ricostruire il rapporto con sé stessi. Stare bene con sé stessi è probabilmente il punto di partenza per riuscire a stare bene anche con gli altri. E questo non significa dimenticare quello che è successo, anzi: conoscere il proprio passato, anche nei momenti più difficili, serve a capire meglio il presente e a costruire quello che viene dopo.
Anche un errore, una perdita o una storia che non è andata come avremmo voluto non sono necessariamente una sconfitta definitiva. Si può sbagliare, si può perdere qualcosa, si può arrivare troppo tardi a dire certe cose, ma da lì si può comunque ripartire. L’importante è non fare finta che non sia successo, ma portarsi dietro quello che abbiamo imparato.
In fondo è anche un altro modo di leggere “To Say I Miss You”: non soltanto come una canzone sulla mancanza di qualcuno, ma come il momento in cui ci si rende conto del valore di ciò che non si è detto. E quella consapevolezza, anche se arriva tardi, può diventare qualcosa da cui partire per affrontare diversamente quello che verrà''.
Di questo suono? Inglese o Americano? Da che parte della wave vi ritrovate? ''Probabilmente ci ritroviamo più in una certa tradizione pop-rock britannica ed europea che in un suono americano vero e proprio. Siamo cresciuti ascoltando artisti come A-ha e Roxette e non ci siamo mai posti troppo il problema di appartenere a una corrente precisa. Forse ci sentiamo più vicini a una certa sensibilità che a una precisa provenienza geografica: la centralità della melodia, le atmosfere, una certa attenzione alla parte emotiva della canzone''.
Elettronica? Quanto il pop moderno vi ha condizionato? ''L’elettronica e il pop moderno fanno inevitabilmente parte del panorama musicale nel quale ci muoviamo. È naturale che quello che ascoltiamo oggi entri, in qualche misura, nel nostro modo di scrivere e di produrre. Più che un condizionamento, lo vediamo come una contaminazione e come un confronto continuo con quello che succede nella musica contemporanea.
Però in “To Say I Miss You” abbiamo fatto una scelta abbastanza precisa: volevamo un arrangiamento più classico, più suonato e meno artefatto. Non perché volessimo allontanarci dal contemporaneo, ma perché ci sembrava il modo più giusto per valorizzare la melodia e l’emozione del pezzo.
Per noi contemporaneo non significa necessariamente elettronico o iper-prodotto: può esserlo anche un arrangiamento molto organico, se il modo in cui viene concepito e prodotto appartiene al presente''.
E questo video che forse avrebbe potuto investire di più sulla narrazione? Siamo fermi agli anni ’90 che forse non è un tempo troppo correlato anche dal suono… vero? ''In questo caso abbiamo scelto volutamente di non costruire una narrazione vera e propria. Non pensiamo che necessariamente ogni video debba raccontare una storia. Ci sono altri nostri lavori, come “Sleep, My L, Sleep” e il successivo “You Are”, in cui per la realizzazione dei videoclip abbiamo scelto di sviluppare anche un filo narrativo, tra l’altro condiviso, tanto che i due video andrebbero visti quasi in continuità, come se il secondo fosse il successivo capitolo del primo, mentre qui, per “To Say I Miss You”, ci interessava lavorare maggiormente sulla sensazione e sull’atmosfera.
Il video utilizza colori, luci e immagini per amplificare quello che succede nella musica, quasi come un’estensione del suono.
Anni ’90? Può essere una percezione, anche se non era l’intenzione precisa del video. Probabilmente alcune scelte visive, il modo di utilizzare le immagini e una certa semplicità nella costruzione del videoclip possono richiamare quell’estetica.
In realtà ci piace anche l’idea che un video possa evocare epoche diverse senza voler necessariamente ricostruire un periodo preciso. Anche musicalmente “To Say I Miss You” nasce dall’incontro tra riferimenti che appartengono al nostro passato e un modo più contemporaneo di costruire il suono, quindi forse qualche eco del passato è inevitabile. Detto questo, se qualcuno ci dice “sembra un video degli anni ’90”, possiamo anche prenderlo come un complimento: significa che qualcosa di quell’immaginario è arrivato. Poi magari noi lo abbiamo semplicemente visto con occhi un po’ diversi''.