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07/10/2026
07/10/2026 ELISABETTA GUIDO
''Mi accompagna sempre una grande curiosità, una grande voglia di vivere emozioni musicali...''
Quest’anno torna a JazzMi, una manifestazione alla quale partecipa ormai da quasi dieci anni. Che significato ha per lei questo appuntamento e come è cambiato, nel corso del tempo, il suo rapporto con il festival e con il pubblico milanese? ''Sì, sono 10 anni che “frequento musicalmente” la bella Milano. Adoro la città, adoro la voglia di Cultura e la curiosità che c’è. Ed anche il fatto che la gente apprezzi tanto il Jazz. Lo vedo molto legato all’eleganza che caratterizza questa città. Non vedo grandi differenze in confronto al passato del JazzMi. Ogni anno il pubblico è caloroso e numeroso, è molto bello anche il fatto che ci siano tanti giovani che vengono ad ascoltare questo genere musicale. Conservatorio, ci sono anche diversi ragazzi che apprezzano semplicemente ascoltarlo''.
Il concerto del 22 ottobre nasce da un desiderio artistico particolare: reinterpretare le composizioni di Thelonious Monk attraverso i testi e la sensibilità di Carmen McRae. Cosa la affascina di questo incontro tra due personalità così importanti del jazz e quale impronta personale sente di poter dare a questo repertorio? ''Ho ascoltato ininterrottamente, credetemi, quasi giornalmente, il meraviglioso disco di Carmen. Mi serviva per darmi ispirazione sia riguardo alle mie capacità improvvisative in generale, sia riguardo alle parafrasi dei temi sia riguardo anche alla composizione. Prima di comporre ascolto sempre un certo numero di dischi che attraversano vari momenti della storia del jazz. Monk è sempre sorprendente, assolutamente moderno, riesce a coniugare il virtuosismo jazzistico, inteso sia a livello melodico che armonico, con la meraviglia di patterns significativi e musicalmente tanto tanto espressivi, che poi sono stati suggellati dai testi del disco della grande Carmen. Diciamo che per quanto mi riguarda, ho ascoltato e studiato minuziosamente l’esecuzione e gli spartiti, al fine di nutrire il mio orecchio e poi cercare di tirar fuori il meglio dal loro lavoro e dalla mia interpretazione personale e con il gruppo. E spero che tutto ciò risulti efficace duranteil concerto del 22 ottobre. D’altra parte sia io che i musicisti che suonano con me siamo innamorati delle musiche di Monk''.
La serata del 23 ottobre propone invece un viaggio attraverso autori molto diversi, da Miles Davis a Chick Corea, da Charles Mingus a Fred Hersch, fino a George Benson e Diane Schuur, accanto ad alcune sue composizioni originali. Qual è il filo conduttore che tiene insieme linguaggi ed epoche così differenti? ''Fondamentalmente, il filo conduttore è l’amore che io e i miei musicisti abbiamo per questi autori e il fatto che su tutti questi brani si esca fuori dal classico standard jazz, sempre di più fino ad arrivare agli autori ancora viventi''.
Nel suo percorso convivono jazz, soul, gospel e formazione classica, insieme alla scrittura e allo studio della voce. Quanto questa molteplicità di esperienze influenza oggi il suo modo di essere cantante e autrice? ''Ho sempre avuto un modo molto personale di vivere la musica, mi accompagna sempre una grande curiosità, una grande voglia di vivere emozioni musicali diverse. Sono cresciuta, grazie a mio padre che in gioventù era un blues man, a pane e Jazz, ma anche a pane e soul e rhythm and blues e continuano ad affascinarmi le vocalità di origine afroamericana degli Stati Uniti e tutto ciò che ne deriva. Sono anche laureata in canto lirico, perché adoro le risonanze che questo tipo di canto riesce ad esplorare e mettere in evidenza. Oltre a questo la mia passione per lo studio della tecnica vocale mi ha portato a frequentare il celebre Master in Vocologia del Dott. Franco Fussi, un foniatra che si occupa delle star italiane ed internazionali. E a seguito di quello ho iniziato a fare ricerca, ho presentato anche, con l’etnomusicologo Giampaolo Chiriaco’, un mio lavoro sulla vocalità afroamericana degli Stati Uniti all’ultimo Convegno internazionale sul Canto da lui organizzato a Ravenna, insieme a Gege’ Telesforo e ad Albert Hera''.
Il secondo appuntamento di JazzMi vedrà sul palco anche Martina Villonio, Roxy B. e Claudio Rubino, tre giovani allievi milanesi dell’Accademia “Art of Singing”. Quanto è importante per lei creare occasioni concrete in cui i giovani musicisti possano confrontarsi con il palcoscenico e con professionisti affermati? ''Devo dire che il fine principale della nostra Accademia è proprio quello di creare dei concertisti. Avendo la fortuna di avere sede sia a Milano, sia a Roma, sia a Lecce, nel Salento, cerchiamo di diffondere l’esecuzione di musica di buona qualità in un ambiente, come quello italiano che musicalmente al momento ha davvero poco da dire al di fuori della zona della Musica “di nicchia”. Quindi la formazione di questi allievi e’ improntata proprio al superamento dell’inibizione naturale ad andare su un palco a cantare, trasformando piuttosto quell’ansia nella consapevolezza della possibilità di vivere delle emozioni che chi non può andare sul palco o non ha voglia di andare su un palco, non può vivere. Perché vivere intensamente quelle emozioni fa emozionare anche il pubblico. Ed il superamento dell’ansia da palco si ottiene soltanto esibendosi spesso. Quindi è molto importante questo aspetto per noi, qualunque sia il genere musicale studiato''.
Nel corso della sua carriera ha dedicato grande attenzione alla tecnica vocale, alla fisiologia della voce e alla formazione, fino alla creazione dei metodi RSN-Resonances e ABV-Afroamerican Body Voice. Che cosa significa, oggi, insegnare a un cantante non soltanto a “usare” la voce, ma a conoscerla e a trovare attraverso di essa una propria identità artistica? ''Significa prima di tutto rispetto dello stile musicale, forgiato dall’ascolto, che ogni allievo ha nel momento in cui viene nella nostra Accademia. Non si possono standardizzare le voci, sono uno strumento che ha mille forme, potenzialmente. La conoscenza dell’anatomia e fisiologia dell’apparato vocale permette al cantante che viene da noi di conoscere bene il suo strumento, come dovrebbe fare qualunque strumentista, e aiutarlo a cercare e rendere il suo suono personalissimo al meglio. Oramai ci sono trainings per permettono di cantare a tutti senza farsi male o affaticarsi, persino per chi ha una voce “difficile”. Basta essere informati e aggiornati su tutte le nuove tecniche vocali, alcune delle quali, negli ultimi anni, forniscono dei risultati davvero straordinari. Coniugando stile di base, conoscenza ed esperienza interpretativa, viene fuori l’identità artistica, che passa anche attraverso il copiare inizialmente cantanti che appartengono allo stesso stile dell’allievo. Per nutrire la sua conoscenza e poi aiutarlo a tirar fuori la propria identità, arricchita da quella di questi grandi''.