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news - rassegna stampa

18/08/2013   GLORIA ESTEFAN
  Nel nuovo album ('The Standards') canterà in italiano con Laura Pausini

Gloria Estefan è gloria davvero, apripista di stagioni della musica che hanno mescolato le sue radici caraibiche con la tradizione yankee nella vitale Miami Sound Machine degli Anni Ottanta, per proiettarla poi verso una carriera solista il cui impatto espressivo ha aperto la strada a tutte le successive ragazze del pop latino, da Jennifer Lopez fino a Shakira. Ma ora a 56 anni Gloria si cimenta con un repertorio del tutto differente: in «The Standards», che esce il 9 settembre, ha puntato su «canzoni che necessitano di una bella esperienza di vita per poter essere interpretate con credibilità». Siamo qui in zona Streisand, per capirci, e guardiamo anche a Billie Holiday, ma con un’asciuttezza rispettosa e calda ben distinta. La signora ci sa fare, l’orchestra è super ma non invadente: «c’è gente che ha suonato con Count Basie e Ella Fiztgerald», racconta con orgoglio. Scorrono «Good Morning Heartache» del ‘46, e «Embraceable You» che evoca Sinatra, e fra una sorprendente «What a Wonderful Word» e un inevitabile Gardel o Jobim («El Dia que Me Quieras» e «Eu Sei Que Te Vo Amar») da lei tradotti, ecco un duetto con Laura Pausini in italiano su «Smile» di Charlie Chaplin: «Una canzone che fa piangere, di cui ci sono versioni insuperabili, da Natalie Cole a Michael Jackson. Io ci ho messo la mia sensibilità e ho pensato alla Pausini per la sua voce e il sentimento, e perché canta in spagnolo». «The Standards» è un album destinato al mondo, in varie lingue e versioni, e avrà battesimo in Europa in autunno fra Germania, i Proms e la Royal Albert Hall il 17 ottobre. Pausini ospite, Gloria? «Non può, sta incidendo, ha una bambina, è occupata», spiega seduta sul divano del suo quartiere generale in un palazzo decò di Miami Beach. Smanetta con il cellulare, ed esibisce il suo, di bambino: è il ridente nipotino Sasha, un anno, figlio di suo figlio Nayib e della moglie italiana, Lara Coppola de Dominicis: «Ha la musica nel sangue, mette già le mani sulla tastiera in modo appropriato, tradurre "Smile" nella sua lingua è stato anche un omaggio a quelle radici». E’ una donna di famiglia, Gloria. Da 35 anni è sposata con Emilio Estefan, il suo méntore, uno degli uomini più influenti nello showbusiness americano: «Senza di lui non ci sarebbe stata nessuna carriera, ho cominciato a 17 anni cantando con lui. E’ il centro del mio universo, professionalmente e personalmente», riassume. Sono simbiotici, i due: «Anche se "The Standards" è il mio bambino, ho scelto tutto io, Emilio ha coprodotto, sempre è stato con me». I due vivono in una villa enorme a Star Island vicino al Beach, hanno costruito nel tempo un impero economico, con alberghi e ristoranti sparsi per gli States, tremila dipendenti. Dalla loro storia stanno ricavando un musical per Broadway: «Stiamo cercando due giovani Gloria ed Emilio, la sceneggiatura è a buon punto, speriamo di vederlo in scena fra due anni. S’intitolerà "On Your Feet", che è la frase che tutti mi dicevano dopo il terribile incidente dell’89: "Rimettiti in piedi"». Dice che voterebbe per Hillary Clinton, alle prossime elezioni: «Non mi sono mai schierata per nessuno, ma lei è battagliera, lavorerebbe a uguali condizioni di stipendio per uomini e donne, a non costringerci sempre a scegliere fra lavoro e famiglia». Gloria era piccolissima quando ci fu l’avventurosa fuga del padre dall’Havana, dov’era stato guardia del corpo di Batista, all’arrivo della Revoluciòn, e del suo odio per Castro mai ha fatto mistero: «A 87 anni è ancora lì, un dinosauro sulla sedia a rotelle. Suo fratello cerca di cambiare piccole cose qui e là, ma non è conveniente per nessuno che Cuba sia libera: non per gli Usa, non per il turismo panamericano, non per il commercio. Quando Cuba sarà liberata, sarò la prima ad andarci a cantare e celebrare con i cubani». Ha mai rimpianto di aver detto di no al Vaticano quando le proposero di andare a Cuba con Giovanni Paolo II? «Cuba aveva bisogno del Papa e la mia presenza sarebbe stata troppo politica, non volevo distrarre l’attenzione. Ma niente è cambiato, da allora: la connessione internet costa 6 dollari per mezz’ora, loro guadagnano 18 dollari al mese. Prenda Yoani Sànchez: noi la stiamo aiutando, ma i cubani non sanno nemmeno chi è, non possono leggere su internet delle sue battaglie». (La Stampa)