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20/08/2015   BRUCE SPRINGSTEEN
  Lo storico album 'Born to Run' compie quarant'anni

Il vestito di Mary svolazza mentre la radio suona Roy Orbison che canta per le persone sole. Da un'altra parte Scooter e Big Man spezzeranno in due la città mettendo la Decima Avenue fuori gioco. E se Terry sta giurando fedeltà infinita in strade secondarie, Wendy è pronta ad avvinghiare le sue gambe intorno a orli di velluto. Eddie ha un cuore grande e darà uno strappo per un incontro pericoloso al di là del fiume, mentre Magic Rat guiderà la sua macchina tirata a lustro oltre il confine del Jersey. Bruce Springsteen voleva che ''Born To Run'', quarant'anni il 25 agosto, fosse un disco che ravvivasse il mito americano. Dopo due album appassionati e per molti versi acerbi, ''Greetings From Asbury Park'' e ''The Wild, The Innocent & the E Street Shuffle'', il musicista voleva raggiungere un nuovo livello. Aveva immaginato una storia, con tanti protagonisti, che fosse durata una lunga notte d’estate. Il desiderio di andare lontano, di irrompere nella vita adulta, fatta di romanticismo e morte, era il movente: una wild side of the road, che guardava ai film di John Ford e al wall of sound di Phil Spector, e prendeva contemporaneamente le distanze da Dylan e Van Morrison ai quali spesso l’artista era stato paragonato. “Stavo suonando la chitarra sul mio letto quando d’un tratto le parole di ''Born to Run'' mi vennero in testa. Pensavo si trattasse del nome di un film o di qualcosa che avevo visto mentre guidavo. Mi piaceva la frase perché suggeriva un dramma cinematografico che si adattava perfettamente alla musica che avevo in testa per quelle parole”, disse il musicista. Le introduzioni al piano raffigurano la scenografia, lo sviluppo con batteria e chitarra, sax e glockenspiel sono l’azione; le liriche sono invece il carburante. La scrittura è puro teatro in musica come mai avverrà più nei dischi successivi. Alcuni titoli dei brani vengono direttamente da film di serie B dei quali Springsteen era ossessionato. Nella mitologia del rock i ribelli nascevano per perdere e perdersi. Nell’idea di Springsteen la soluzione era un’altra: imparare a correre. E il romanticismo è la soluzione: “Voglio morire con te nella strade stanotte in un bacio senza fine”, canta proprio in ''Born To Run''. È l’elevazione della poesia di strada, tra mitologia, film noir e Americana. Le registrazioni iniziano nei primi mesi del 1974 proprio con il brano che dà il titolo a tutto il disco. Per completarlo ci vollero sei mesi: “Per una canzone ci vorrebbero un paio d’ore, se impieghi tanto tempo c’è qualcosa che non va per il verso giusto”, confessò Steven Vant Zandt. Il perfezionismo di Springsteen raggiunge i vertici di un’ossessione e la band in qualche modo ne paga dazio. David Sancious, che allora era il pianista, ed Ernest ‘Boom’ Carter, il batterista, gettano la spugna. Le audizioni compresero 30 prove di batteristi e tastieristi di 30 minuti ciascuna. Alla fine, Roy Bittan, tastiere, e Max Weinberg, batteria, furono scelti. E da quel momento non avrebbero più abbandonato la E Street Band. “Mi piace vedere come John Ford lavora sempre sugli stessi temi, sulle stesse situazioni, operando varianti minime, perfezionando in continuazione, e questo è quanto anch'io ho cercato di fare”, affermò il Boss. Le registrazioni della parte di sax di Clarence Clemons in ''Jungleland'' richiesero 16 ore. Springsteen scandiva il ritmo e solfeggiava pazientemente ogni nota, correggendo, cambiando e aggiungendone nuove. In quelle estenuanti session la figura di Jon Landau fu determinante. Proprio il critico musicale di Rolling Stone (che con la sua frase: “ho visto il futuro del rock&roll e il suo nome è Springsteen” era entrato nelle grazie del Boss) invitò Springsteen a spingere il tasto sulla sua immaginifica scrittura cinematografica. Cercò di focalizzare meglio le tematiche verso la battaglia della maturità, la necessità di indipendenza, nella ricerca del vero significato della vita. L’assistenza di Landau durante l’editing fu fondamentale, ma costò l'amicizia del Boss col produttore Mike Appel ed un anno in battaglie legali. La cover del disco nasce da un contrasto e da un tema preciso. Da un lato mostra Springsteen con la sua inseparabile Fender Telecaster, acquistata per 185 dollari, mentre il lavoro è stato composto per gran parte al pianoforte. Non è un caso che lo stesso musicista affermò: “Il vero eroe fu Roy Bittan, che attraverso gli intro e le intelaiature definì il suono di tutto l’album”. Dall'altro il Boss si appoggia sulla spalla di Clarence Clemons (vedi foto sopra): “È un disco sull’amicizia”, dirà. Se le registrazioni furono faticose, il missaggio fu infinito e portò la band a lavorare fino al primo giorno del tour di ''Born To Run''. Beffardamente, quando il Boss ascoltò i press test del disco li buttò nella piscina, ma la colpa era solo del suo stereo scadente, ed anche la stanchezza giocò un ruolo importante. Fu un disco, ''Born to run'', col quale Springsteen si mise alle spalle la sua definizione adolescenziale dell’amore e della libertà. E sulle ali di un rombo di motore decise che quella descritta in ''Thunder Road'' era una città di perdenti. Lui e Mary se ne andavano da lì per vincere. (Repubblica.it)