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09/02/2020   SANREMO 2020 - IL NOSTRO COMMENTO (SEMISERIO)
  Il Festival secondo ''Sua Acidità'' Enrico Faggiano

Achille Lauro - Me ne frego – (arriva 8) – Poco da dire: se il festival è spettacolo, lui fa spettacolo, e non serve molto andare a far notare che forse tanti altri sono arrivati prima di lui, da David Bowie a Marylin Manson, da Ivan Cattaneo a Renato Zero e via discorrendo. Tiene alta l’attenzione e, tutto sommato, non è nemmeno tanto pericoloso per i cosiddetti benpensanti, che alla fine se ne faranno una ragione. Ok, musicalmente siamo a metà tra un Grignani più bresco del solito e un Vasco che ha perso una scommessa, ma al festival, specie quest’anno, contava fare scena, non certo essere intonati. E allora, in questo campionato, lui ne esce vincente.

Alberto Urso - Il sole ad Est – (arriva 14) - La quota tenorile a Sanremo è sempre presente, ma se non c'è la sponsorizzazione e il traino di quelli là che Volano si rischia di apparire la copia della copia della copia. Safina, Mazzocchetti, varie ed eventuali. A Sanremo, ad Est, sono meglio i tramonti che non la luce, ma è anche vero che fuori da qua la ppeople estera vuole poi, dall'Italia, sole, cuore, amore, mare, vocioni e via discorrendo. Come gli spaghetti alla bolognese.

Anastasio - Rosso di rabbia – (arriva 13) - “No Faggi, stavolta la pagella te la faccio io. Hai passato decenni a lamentarti che a Sanremo ci sono state solo lagne, violini suonati dal vento, e ora che arrivo io, incazzato e schitarroso, hai anche voglia di lamentarti? Non è che sei invecchiato, e magari mi avresti apprezzato quando ancora ti tirava?” “Può darsi, però vorrei anche capire perché sei così incazzato, ragazzo mio. Altrimenti sembra solo esercizio di stile: al Festival ci vuole la canzone sulla mamma, quella sui figli, il tenorino, e ora anche il rabbioso. Boh, non ti capisco”. “Ok sei vecchio”. “Non citare quella canzone, che già l’hai violentata la sera delle cover. Facciamo così, tu continua a sclerare, io continuo a non ascoltarti, e amici come prima?” “Uhm… ok, prossimo anno faccio la cover di Paola & Chiara, grazie per l’idea”.

Bugo e Morgan – Sincero – (squalifica) - Ecco, se una scena del genere l’avessero fatto Al Bano e Romina, ci saremmo divertiti. Ma qui siamo al trash puro, e forse al rendersi conto che Morgan, ormai, è pronto per ruoli solo da guastatore alla Paolini, al netto di colpe o meno. La canzone? Mah, alla fine pare una b-side dei Soerba, che per gli amanti del genere non sarebbe nemmeno un male, da sentire più in versione disco che non da palco. Sapendo che se vuoi imitare il Battiato del 1980, senza essere il Battiato del 1980, porta sempre e comunque a musate dure.

Diodato - Fai rumore – (arriva 1) – Lo vince andando a capire che, di riffa o di raffa, serve poi restare nei ranghi, ugolando come si deve, raccontando qualcosa di toccante e non necessitando, per forza di cose, di sconvolgere la vita degli ascoltatori. Una vittoria quasi sanremese, nel festival forse meno sanremese – almeno dal punto di vista musicale – magari per rassicurare chi era rimasto sconvolto da baci saffici e non, da travestimenti, da gente che litiga eccetera. Nazionalpopolare, ma almeno nessuno twitterà, ai piani alti, che è una vittoria pilotata per motivi extramusicali.

Elettra Lamborghini - Musica (e il resto scompare) – (arriva 21) - Anni e anni fa a Sanremo esisteva una specie di quota comica dove andavano a pascolare i Beruschi, i Salvi, i Figli di Bubba e via discorrendo. Solo questo spiegherebbe la presenza di una non cantante che comunque ha il coraggio di provarci, e di riuscire, nel duetto con Myss Keta, a stonare perfino su Claudia Mori in uno dei momenti più trash di 70 anni di storia. Oh, magari la cosa verrà anche irradiata, e le sue sculettate (a proposito, perché Shakira può farlo e lei no? #primaiculiitaliani!) diventeranno epiche come le celentaneidi di tremila anni fa, e noi diremo ai nostri pronipoti di averla vista in tempo reale. Ma qui, a scomparire, è la musica, non il resto, che comunque fa quello che le era chiesto: trash, motivetto da ascoltare, gossip, influencer. Appunto, è la musica a scomparire.

Elodie – Andromeda – (arriva 7) - Alla fine è un Mahmood in gonnella (anzi, con sandali da schiava), per un brano adatto all’Eurofestival e alle radio. Crescendo con il passare degli ascolti e riuscendo, tutto sommato, ad essere gradevole senza particolari esercizi di stile, senza necessità di gridare chissà quali strazi esistenziali eccetera eccetera e via discorrendo. Poi che le nuove ugole femminili siano spesso difficili da distinguere, specie a noi tromboni figli degli anni ’80, resta un problema, un problema di personalità che non emerge. Ma ce ne faremo una ragione, magari andando a riascoltare la Rettore dopo di Elodie.

Enrico Nigiotti - Baciami adesso – (arriva 19) - Forse nella vita potrebbe puntare a qualcosa di più che non al ruolo di figlio illegittimo di un Grignani con meno grignolino. Ma evidentemente gli basta e avanza per passaggi festivalieri dove prende quello che deve prendere, senza infamia, senza lode, alla prossima. Però l'altro ogni tanto almeno qualche eccesso ce lo aveva, qui siamo ancora alla Destinazione, ma senza Paradiso. Poi ok il festival dove si baciano tutti, ma un titolo simile lo fece pure Mietta anni fa: dovessi proprio, preferirei la Danielona.

Francesco Gabbani - Viceversa – (arriva 2) - Azzardatissimo tentativo di superare la canzone leggera e svagata andando alla ricerca di concetti più intensi pur conservando la propria dialettica di giochi di parole e via discorrendo. Però, ragazzo mio, sei a rischio di finire già a "I migliori anni", a "Meteore", dovresti prima di tutto riagganciare scimmie e granate e poi, casomai, ampliare il concetto. Insomma, l'impressione di un rigore all'88' tirato con il cucchiaio: la palla è in aria, ci sarà il gol? L’algoritmo delle giurie lo premia, e la canzone alla fine, ad ascoltarla bene, è anche interessante. Il dubbio è: è quello che ci si aspetta da Gabbani?

Giordana Angi - Come mia madre – (arriva 20) - Altra tipologia classica di Sanremo è il confronto con un qualche parente, o roba del genere. Non che non sia legittimo, ma alla fine tutte 'ste cose non se le possono dire tra loro? "Ti mando un vocale di 4 minuti"? Perchè alla fine siamo veramente al supermercato dei sentimenti, e una volta il nonno, e una volta il figlio, ma che è, la famiglia felice del Mulino Bianco? La madre, forse, chissà, preferirebbe davvero qualcuno che le vada a fare la spesa, che non tutta ‘sta retorica…

Irene Grandi - Finalmente io – (arriva 9) - Scritta da Vasco-Curreri con il pilota automatico, classico brano divertente, calzante, prevedibile e forse superficiale, alla lunga, senza riuscire - per fare esempio anagraficamente plausibile - a restare come recenti Paole Turci. Mestiere, ricordando di essere stata anche stimolante un tempo e ormai felicemente pronta al ruolo di milf come va tanto di moda. Senza traccheggiare, allungandosi la carriera se ce n’era bisogno.

Junior Cally - No grazie – (arriva 22) - Tanto clamor dietro (e sospendiamo il giudizio) per un altro rapper incazzato che vuole dire al mondo di essere duro ma puro, cazzaro ma onesto, e via discorrendo. Come se ogni rappettaro, ad un certo punto della propria vita, decidesse che deve mettere la testa a posto e andare a Sanremo nel tentativo di ampliare il raggio senza vendersi. Alla fine non uccide nessuno, non insulta nessuno (Salvini e Renzi, ma è quasi cosa buona e giusta), e chissà se un giorno si pentirà di quanto fatto. Di essere andato all’Ariston, non del resto. Il brano? Nella norma dei rappers incazzati che vanno a sciacquare i panni in Riviera.

Le Vibrazioni - Dov'è – (arriva 4) - Ah, il nascere belli carichi alternativi e, lentamente, sbiadire finendo in una deriva sanremese dove ad un certo punto il duetto andrebbe fatto con Marco Armani e Fiordaliso, chissà. Leggermente biodegradabile, e allora magari ritiriamole fuori, quelle mise psichedeliche di un tempo, perchè altrimenti è un effetto Matia Bazar, ovvero diventare la cover band di sè stessa. Però arrivano quarti, e forse allora è solo colpa del commentatore, che tutte le volte che loro si sono presentati forse cadeva in una bolla spazio temporale, chissà.

Levante – Tikibombom – (arriva 12) - Ecco, qui un po’ di personalità c’è, sotto sopracciglioni importanti. Si tiene un po’ di allegria rispondendo, con il suo nome, alla canzone di Urso. A metà tra Leda Battisti e Kate Bush chissà se la sentiremo, ‘sta canzone: per ora è più melodica e ritmata che non onomatopeica, per quello che può voler dire, a dimostrazione che ci può essere una via di mezzo tra le milfone e le andromede.

Marco Masini - Il confronto – (arriva 15) - Sempre più amish, quasi a voler dimenticare un passato di fanculi e stronze. Ha ormai la sua dimensione zarrillica di esami interiori, senza infamia e senza lode, solo che forse stavolta manca qualcosa, chissà, qualcosa che in altre recenti occasioni era presente. Resta ad ogni modo un fatto: tutti a dire “Ah, se Pelù avesse saputo 30 anni fa che sarebbe andato a Sanremo”. Ma anche “ah, se io avessi saputo 30 anni fa che avrei giudicato non negativamente un Masini a Sanremo”. Invecchiano tutti, cantanti e commentatori.

Michele Zarrillo – (arriva 18) - Nell'estasi o nel fango - Sfida i propri bypass alzando ritmi e cercando falsetti, sconvolgendo chi, a volerlo pagellare, era già pronto a fare il copincolla di altri mille Zarrilli. Dubitando che le radio andranno ad adottarlo, forse aveva solo bisogno di un ritmato per non addormentare il proprio pubblico ai concerti: vanno bene gli elefanti, i cinque giorni, ma non si esageri. Next step, vestirsi da Achille Lauro? Però dai, dimostra di avere una dimensione non prevista, e allora bravo pure lui.

Paolo Jannacci - Voglio parlarti adesso – (arriva 16) - La categoria dei "figli di" a Sanremo è infinita, e pochi ne sono usciti vivi (citofonare Celentano, Morandi, Modugno, Lauzi, eccetera). Se poi un figlio parla della propria figlia, viene da pensare che il nonno, a cantare di 'sta figlia del figlio, avrebbe saputo fare meglio. E allora il figlio al quadrato finisce nell'infinito mondo delle canzoni dedicate ai parenti, giocando un torneo che annoia: forse i pargoli vorrebbero dieci euro per andare a prendersi un gelato o un gioco, che non l’ennesima canzone strappalacrime.

Piero Pelù - Gigante – (arriva 5) - Se nel 1985 avessero detto a Pelù che nel 2020 sarebbe andato in gara a Sanremo con una canzone dedicata al proprio nipotino, forse si sarebbe autocrocifisso in sala mensa. Alla fine la prende come un gioco, senza sanremizzarsi più di tanto ma proseguendo lungo una strada relativamente nazionalpopolare che riesce a mantenerlo coerente alla sua recente storia. D'altronde decenni di carriera lo rendono capace di scegliere di che morte morire, e se Sanremo sarà, che Sanremo sia. Nonno rock, chi lo avrebbe mai detto? E se il nipote può accettarlo, chi lo dice alle sue figlie che il babbo è impazzito, ma al contrario? Chiude “scippando” una spettatrice: bene, bravo, bis.

Pinguini Tattici Nucleari - Ringo Starr – (arriva 3) - E' ormai declarato che ogni anno ci deve essere una componente indie-cazzara, e magari non è nemmeno un male. Loro si Statosocializzano, forse con la differenza di non avere un gancio visivo come la vecchia ballerina ad accorpar preferenze (magari una collaborazione con la adiacente Riva Pavone?). Ecco, avessero portato sul palco direttamente Ringo Starr ci saremmo perfino emozionati. Ma rispondono al richiesto compito, e agli amanti di “Ritorno al futuro” si consiglia la visione del loro videoclip. Una delle tante sorprese positive del festival, dimostrando alla fine di essere arrivati lì sopra per meriti propri, e non perché ci fosse bisogno del clone di qualcuno. Il gruppo da matrimonio che, dopo averti fatto divertire, forse si accoppia con la testimone della sposa.

Rancore - Eden – (arriva 10) - Rapper incazzato. Come tanti altri. Che ha tanto da dire. Come tanti altri. Che dice tutto troppo in fretta. Come tanti altri. Lasciando che il messaggio forse si perda. Come tanti altri. Direte, ma non è meglio così che non la solita trita e ritrita canzone sanremese o le disperazioni perchè lei non ci sta o la mamma lontana? Vero, ma se anche la mitragliatrice di critiche sociali rappate diventa quasi un sottogenere festivaliero, alla fine si torna al punto di prima. Passando poi per la quota inkazzata dell’Ariston, come il pizzettaro che ti piscia sullo zerbino non avendo ricevuto la mancia.

Raphael Gualazzi - Carioca – (arriva 11) - Direttamente pronto per i trenini e i discosamba nei villaggi turistici, ma tutto sommato fa bene ad evitare l'eccesso di accademia che poteva uscire dalla sue prime apparizioni fesvitaliere. Poi chiaro che il diventare Umberto Smaila è un attimo (anzi, "E' tutto un attimo", e qui la citazione è davvero colta), sia dal punto di vista artistico che dietologico. Però si fa ascoltare, quindi meglio radio che non video, dato che non si capisce se viaggi con un busto ortopedico addosso o cosa abbia.

Riki - Lo sappiamo entrambi – (arriva 23) - Arriva con una decina di anni di ritardo, perché forse ai tempi dei Carta, degli Scanu, dell’amore in tutti i laghi, avrebbe avuto anche delle possibilità. Ora riesce a sembrare vetusto perfino a Sanremo, e Rita Pavone, forse, a guardarlo e chiedersi come mai, oggi, le nonne sono rock e certi ragazzini lenti, lenti, lentissimi. Se questi sono i Riki, meglio i Poweri (ah, ah, ah). Il figlio che tutte le mamme vorrebbero avere, anche se poi dopo un po’ ti annoia perché passa il tempo a chattare e non aiuta nelle pulizie di casa.

Rita Pavone - Niente (Resilienza 74) – (arriva 17) - Mette a dura prova i suoi femori con rocchettone tirato che forse da lei non ci si aspettava, per una esibizione che forse alla lunga comunque qualcosa lo aggiungerà ad una carriera ormai comunque fatta e finita, Pink Floyd a parte. Ma d'altra parte, a parlarne male si rischia di trovarsi qualcuno attaccato al citofono, e quindi viva la pappa col pomodoro a prescindere. E allora ne si apprezzi la voglia di non sembrare una riesumazione dall'umido come altre realtà coeve, anche perchè cantando non ha il tempo per fare guai con i social. La nonna che non ti dà la paghetta, ma che la usa per farsi su una scatola di Tavernello.

Tosca - Ho amato tutto – (arriva 6) - Spettacolare interpretazione teatrale, di quelle che sì, dal vivo, ti fanno fermare un attimo davanti allo schermo e applaudire. Tipo Cristicchi dell’anno scorso, ci siamo capiti. E roba che, ovviamente, traslata da palco a radio perde davvero molto. Però è difficile, davvero, dirle qualcosa: chissà, forse c’è una via di mezzo tra le sculettanti con l’autotuner e le tante fuoriuscite da talent show con il copincolla incorporato. Applauso, anche se a scadenza.