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05/04/2024   NIRVANA
  Trent'anni fa la morte di Kurt Cobain, angelo maledetto del rock e voce della Generazione X

Trent'anni fa moriva Kurt Cobain, angelo maledetto del rock e voce della Generazione X. Un evento che in qualche modo segnò una prima fine del Secolo breve novecentesco, almeno per il mondo della cultura e dello spettacolo. Il cantante dei Nirvana si uccise con un colpo di fucile il 5 aprile 1994. Ma il suo mito e quello del gruppo, simbolo della musica grunge, non ha mai smesso di alimentarsi.

Kurt Cobain fu trovato l'8 aprile (tre giorni dopo la morte) nel garage della sua casa sul lago Washington, nel sangue aveva una massiccia dose di eroina e di Valium. Sulla sua morte negli anni si sono moltiplicate le ipotesi più disparate, dall'omicidio al coinvolgimento della moglie Courtney Love, ma ad oggi nessuna di queste riesce a dare una risposta credibile al traumatico interrogativo che ha sconvolto la Generazione X. Quello che è certo è che da giorni, uno come lui, in grave crisi e in preda alla sua tossicodipendenza (al momento della morte aveva un mix terribile di eroina e valium), era sparito. Courtney Love aveva deciso di affidarsi a un investigatore privato quando, alla fine, Kurt avrebbe consumato il proprio dramma a casa, il primo posto dove cercarlo.

Cobain aveva solo 27 anni, un numero che suona come una maledizione nel mondo della musica. E' stato infatti ribattezzato "Club 27" quel gruppo di icone morte proprio a questa età e che comprende tra gli altri Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin e Amy Whinehouse. Una morte, quella dell'angelo biondo e maledetto del rock, che di certo non arrivò come un fulmine a ciel sereno, visto che solo un mese prima, durante il suo soggiorno a Roma, Kurt ci aveva già provato imbottendosi di roipnol, anche se la cosa venne fatta passare a lungo come un'overdose involontaria. Prima di uccidersi aveva scritto una lettera all'amico immaginario d'infanzia, Boddah: "E' meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente", scriveva citando il celebre verso di Neil Young. Non sentiva più la passione per la musica e per il successo: "Non ho più nessuna emozione".

Quella dei Nirvana, e di Cobain in particolare, è stata una storia bruciante, rapida ma capace nell'arco di soli 5 anni e tre album, di guadagnarsi un posto definitivo nella storia del rock. Il grunge, quel movimento che rivoluzionò la musica nei primi anni '90, spazzando definitivamente i lustrini degli '80s riprendendo la filosofia del punk, ebbe da album come "Nevermind" (1990) e "In Utero" (1993) la spinta definitiva per diventare un fenomeno di massa. E se altri gruppi, dagli Alice in Chains ai Soundgarden fino ai Pearl Jam, hanno avuto un percorso più lungo e persino più stilisticamente rigoroso dei Nirvana, nessuno è riuscito a diventare il simbolo di un'intera fase musicale come ha fatto il terzetto formato da Cobain, Grohl e Novoselic. Con "Nevermind" (30 milioni di copie vendute), i Nirvana fecero di Seattle la capitale del nuovo rock, trasformando il grunge in una filosofia di vita. Con loro la musica indie da fenomeno marginale diventò il centro propulsore della scena musicale, scompaginando le regole del mercato e al tempo stesso portando in primo piano personaggi e figure cresciute nel rifiuto dell'establishment e dell'industria.

I primi 30 secondi di "Smells like teen spirits" sono già da soli un manifesto e un concentrato delle canzoni contenute del disco, in cui rumore e melodia si intrecciavano alla rabbia repressa, all'immaginario slackers (il "never mind", "non importa", contrapposto all'agire) e allo struggimento interiore. I Nirvana furono in quel momento l'immagine e l'immaginario di un'intera generazione, catalizzatori di una scena rock che era stanca dei plasticosi anni ottanta e voleva far sentire la propria voce. Anzi il proprio urlo. Sul palco Cobain dava sfogo a tutta la sua attitudine punk e non di rado a fine concerto distruggeva la chitarra che aveva suonato. La fama, il successo, i soldi veri, i tour, che seguirono il successo dell'album fecero esplodere i Nirvana in tutto il mondo. Un'esplosione, come spiega un libro uscito in questi giorni per celebrare i trent'anni dalla morte di Cobain, "Kurt Cobain - Territorial Pissings, l'ultima intervista e altre conversazioni" curato dall'editor Dante Impieri, che mise Kurt e tutta la band di fronte al fatto di essere diventati quello che dicevano che loro non sarebbero mai stati, ossia protagonisti del grande business dello spettacolo. Con le camicie grunge e le t-shirt provocatorie, certo, ma sempre dal lato giusto degli affari. "Kurt Cobain, scrive Dante Impieri, "nel suo diario diceva che il Sistema va distrutto dall'interno, non dall'esterno, non dobbiamo essere gli outsider ma penetrare nel sistema e farlo marcire da li'.

Alla trasformazione in mito ha naturalmente contribuito la morte di Kurt (a cui è stato dedicato anche un fumetto biografico), tanto precoce quanto drammatica. Impossibile dire cosa ne sarebbe stato dell'immagine dei Nirvana se il gruppo fosse durato ancora anni, magari andando incontro a dischi sbagliati e cali di popolarità.

Con il suo suicidio Cobain ha chiuso un percorso doloroso e tormentato e si è consegnato al mito intangibile. Cobain lasciò la moglie Courtney Love, con la quale formava una delle coppie più trasgressive dello showbiz e la cui relazione turbolenta, segnata dalla comune passione per l'eroina e dai tentativi di suicidio, attirò l'attenzione della stampa scandalistica di tutto il mondo, e la figlia Frances Bean, all'epoca del suicidio di soli due anni. Ma l'eredità musicale di Kurt e dei Nirvana ora è tutta sulle spalle del batterista del gruppo, Dave Grohl, fondatore dei Foo Fighters, che si è reinventato dopo la drammatica fine del gruppo. (TgCom24.it)