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LITFIBA
Pubblicano l’inedito ''17 Re'', canzone rimasta nel cassetto per 40 anni

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15/04/2026   LITFIBA
  Pubblicano l’inedito ''17 Re'', canzone rimasta nel cassetto per 40 anni

Quarant’anni dopo il disco ''17 Re'', i Litfiba rimettono insieme la formazione anni ’80 e pubblicano una canzone rimasta chiusa nel cassetto per decenni, la title track dell’album del 1986 che uscirà venerdì 17 aprile in una nuova versione: «Sono rimaste melodie e armonia, ma è cambiato il ritmo, il groove», spiega Piero Pelù. Non è un recupero, come non vuole esserlo questa reunion: «Nessuna operazione nostalgica, anche se ci saranno i soliti nostalgici che romperanno il cazzo, ma noi non stiamo dietro a loro, ma a quello che ci ispira e che produciamo». Nel testo, una linea torna centrale, “Un uomo è perso senza la sua storia e io non voglio dimenticare”, e una frase porta il discorso nel presente: “L’uomo arancione fa il padrone e sodomizza la libertà”. Pelù, oggi in conferenza stampa nella sede della Sony, ha chiarito il contesto: «Il periodo storico si è concentrato sugli abusi dei poteri da parte di una tecnocrazia assassina, da Trump a Netanyahu fino a Putin. Gli artisti contano zero, ma la voce ce l’abbiamo e prendiamo posizione, come non fanno tanti oggi, in Italia e all’estero. A parte Springsteen e pochi altri».

Nel 1986, però, ''17 Re'' non venne capito: «Fu un album massacrato, tranne da Federico Guglielmi del Mucchio Selvaggio. La maggioranza della stampa non lo capì. Fu definito barock and roll», ricorda Pelù. Anche perché era difficile da portare sul palco: «C’erano cinque o sei brani insuonabili live. Noi uscivamo dalla cantina con pezzi arrangiati buona la prima e quando li suonavamo dal vivo eravamo nella merda. Ora invece lo suoneremo tutto, a costo di massacrarci». Sul palco tornano così insieme Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, alla batteria Luca “Mitraglia” Martelli. «Erano 13 anni che non suonavo insieme a questa band e ho molto piacere che questo sia avvenuto. È un déjà vu piacevole», dice Renzulli. Poi allarga il discorso: «Eravamo molto più ribelli dei giovani di oggi. Se qualcosa non mi andava lo dicevo. Oggi molti pensano con il pensiero della rete più che con la propria testa. La generazione attuale è più morbida». E sul disco: «Era un concept artistico scoperto a posteriori dal pubblico, soprattutto negli anni ’90».

Aiazzi, invece, torna al metodo: «Abbiamo ripreso il nostro vecchio schema, dividendoci in base a chi è più bravo nei vari aspetti. Dopo tanti anni ci è sembrato ancora il più giusto. Mi sono ricomprato le tastiere dell’epoca: voglio gli stessi suoni ma riadattati al live. Invece i testi sembrano scritti ieri. Sono iperattuali». Per Maroccolo, il punto però è un altro: «Sono qui per il piacere di condividere musica con chi voglio bene e stimo. La gioia è ricondividere musica con persone a cui sono affezionatissimo. Tutto il resto viene in secondo piano». E sulla ricezione dell’epoca: «Ci dissero che eravamo un po’ troppo presuntuosi, ma è stato un atto creativo. Non mi interessa della critica o di cosa vende un disco. Quando c’è spessore creativo, se non è oggi il valore arriva domani». Quel “domani”, nonostante le loro speranze, coincide con un presente più cupo. «Siamo stati più fortunati dei giovani di oggi» ammette Maroccolo «perché loro hanno davanti un buco nero pazzesco». Pelù allarga lo spettro: «Dobbiamo essere contenti di essere boomer, perché abbiamo vissuto la pace. I giovani devono essere liberi di fare quello che vogliono, con il limite del rispetto del prossimo». Intanto per il tour sono già stati venduti 70 mila biglietti. (RollingStone.it)