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26/05/2026
THE WIRE
In omaggio a Enrico Silvestrin, il nostro Gianmario Mattacheo realizza la Tier List della band di Colin Newman

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Dopo aver celebrato lo scorso anno i primi 10 anni di carriera, la band britannica torna con ''Evolution''

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26/05/2026   THE WIRE
  In omaggio a Enrico Silvestrin, il nostro Gianmario Mattacheo realizza la Tier List della band di Colin Newman

Gli Wire sono un gruppo che nasce dal punk inglese, prendendone peraltro da subito le distanze.

Sono colti e non rozzi come ci si immagina possano essere i gruppi punk del periodo. Sono studenti, stilisti o tecnici e non certo squatter teppistelli.

Si dichiarano da subito post punk (forse per rimarcare le differenze da Sex Pistols e co.), ma il primo album è punk al 100% e, almeno a livello musicale, non ci sono novità di rilievo rispetto al punk tradizionale. Un’apertura un po’ più melodica si ha con il secondo lavoro (ascoltare “I’m the fly”), ma non sono album così innovativi. Per questo “Pink flag” lo metterei nella categoria MAH – C’E’ DI MEGLIO. Una scelta non facile perché l’album d’esordio ha il merito di avere avviato un percorso, senza il quale la storia non sarebbe neppure partita; si intravede qualcosa di post, ma ad essere un po’ visionari, in effetti.

Molte canzoni non superano la durata di un minuto e la lunghezza media si aggira intorno ai due. Il suo successore, ci propone un inizio di separazione dal 1977, con composizioni più lunghe e un sound che timidamente inizia ad abbandonare lo schema di “Pink flag”. Per questo, mi sono sentito di farlo entrare al brucio in BUON ALBUM – ALBUM SUFFICIENTE.

Con il terzo album gli Wire fanno il salto e creano davvero il post punk. “154” è il manifesto di quel genere insieme a “Metal Box” dei Pil, “Modern dance” dei Pere Ubu, il primo dei Killing Joke o “If I die I die” dei Virgin Prunes (album, questo, prodotto dal cantante e chitarrista Colin Newman). È un sound glaciale; è il ghiaccio che attira e affascina. Sono gli Wire che toccano la vetta e fanno scuola.

Dopo gli attriti e il temporaneo scioglimento gli Wire fanno il loro ritorno negli anni ’80 con tre album imprescindibili che, senza difficoltà, metterei nella categoria GRANDE ALBUM. Sono tre album in cui l’eredità di “154” c’è ma si ammorbidisce con slanci wave e spinte melodiche. Gli Wire degli anni ’80 sono una garanzia per chi li volesse conoscere senza il rischio di essere troppo urtati dai tre dell’esordio.

Gli anni ’90 non riescono a produrre dischi della medesima caratura. Quella vena wave che aveva fatto il botto nel decennio precedente si perde un po’ e il gruppo appare un po’ come in un limbo o in attesa.

Quell’attesa termina nel 2003, quando gli Wire tornano (in formazione originale con il chitarrista Bruce Gilbert) con “Send”, un album dalla potenza sonica incredibile. Non è punk e le chitarre e il sound suonano diversamente, ma è punk nell’atteggiamento. Una sorta di noise alla Wire che scuote fin dal pezzo d’apertura (“In the art of stopping”), portando direttamente il lavoro nella categoria OLTRE, vicino a “154”.

Sono molti gli album nella categoria BUON ALBUM – SUFFICIENTE, anche se in realtà non stonerebbero affatto in quella superiore. Anzi, mi dimostra come i gusti o gli umori facciano oscillare questo o quell’album nella classifica di gradimento. È il caso, per esempio, per “Red barked tree” che in fase di compilazione mi sta chiedendo di essere promosso. Insomma, avete capito; siamo, indipendentemente dai gusti personali, parlando di eccellenza.

Stesso discorso tra gli album MAH – C’E’ DI MEGLIO. Anche qui ho indicato una serie di lavori che, in realtà, potrebbero benissimo essere inseriti nella categoria superiore, in quanto comunque espressione di un gruppo che fa sempre musica di qualità. Diciamo che questa collocazione è viziata dal fatto che, secondo me, sono solo un gradino meno belli di altri (stessa collocazione di “Pink flag”, ma con ragioni decisamente diverse, come accennato sopra).

Una certezza è che nella categoria SCARSO – PORCHERIA gli Wire non hanno album da annoverare. (Gianmario Mattacheo)