JOE JACKSON  "Hope and fury"
   (2026 )

Con ''Hope and Fury'', Joe Jackson conferma ancora una volta la sua capacità di restare irriducibile alle mode, scegliendo piuttosto di affinare un linguaggio personale fatto di eleganza armonica e ironia tagliente. Registrato tra Berlino e New York con il produttore Patrick Dillett, il disco si muove su un equilibrio di contrasti: lucidità melodica contro inquietudine lirica, groove pulsante contro una sottile disillusione.

L’apertura con ''Welcome to Burning-By-Sea'' è già una dichiarazione d’intenti: un pop sofisticato che osserva il mondo con distacco quasi teatrale, mentre ''I’m Not Sorry'' accelera su un registro più nervoso, giocando con la forma-canzone in modo diretto ma mai banale. In ''Made God Laugh'' emerge invece la vena più amara di Jackson, dove il sarcasmo diventa strumento di lettura del presente.

Il lato più leggero e apparentemente disimpegnato arriva con ''Do Do Do'', brano che si finge semplice mentre in realtà lavora su incastri ritmici finemente costruiti. Al contrario, ''Fabulous People'' si muove su un terreno più narrativo, quasi da osservatore sociale, con un ritratto lucido e leggermente impietoso delle dinamiche contemporanee.

Il cuore emotivo del disco si apre con ''After All This Time'', dove la scrittura si fa più riflessiva e meno cinica, lasciando filtrare una malinconia controllata. ''The Face'' riporta invece il disco su un piano più tagliente, con una tensione che ricorda certe intuizioni di ''Night and Day'', ma filtrate da una sensibilità più matura.

Il finale con ''End of the Pier'' è uno dei momenti più riusciti del lavoro: quasi cinque minuti e mezzo di atmosfera sospesa, in cui il mare diventa metafora di passaggio e perdita. Chiude ''See You in September'', con un tono più ambiguo di quanto il titolo lasci intendere, tra addio e promessa non mantenuta.

''Hope and Fury'' non cerca mai la scorciatoia dell’immediatezza: è un album che preferisce insinuarsi lentamente, costruendo un dialogo costante tra forma pop e profondità narrativa. Jackson non rincorre il passato, ma lo usa come lente per leggere il presente con lucidità e, soprattutto, con quella sua inconfondibile ironia elegante. (Sara Stella)