JEAN-BAPTISTE ROUSSEAUX  "Kaveriot korridor"
   (2026 )

Con ''Kaveriot korridor'', il trombettista francese Jean-Baptiste Rousseaux firma un disco (il suo esordio) che sembra nascere in uno spazio di transito: un corridoio, appunto, attraversato da presenze fugaci, dialoghi mai del tutto chiariti e memorie che rimbalzano sulle pareti. Il titolo, con quel richiamo nordico e quasi enigmatico, prepara l’ascoltatore a un lavoro che rifiuta l’immediatezza e chiede tempo, attenzione e una certa disponibilità a perdersi.

Notevole l'affiatamento della tromba di Rousseaux con il contrabbasso di Konrad Waldert e la batteria di Gianbattista Di Genio, come è impossibile non rimarcare gli interventi della magnifica chitarra di Alex Goodman, musicista canadese e figura di spicco della scena newyorkese attuale, ospite in due brani. Così il disco, la cui genesi è legata a un’esperienza biografica in Bielorussia, scorre via senza inciampi né squilibri.

Musicalmente, l’album procede per stratificazioni sottili più che per esplosioni. Rousseaux lavora di cesello: timbri minimali, ritmi trattenuti, melodie che sembrano emergere e subito ritirarsi. C’è una tensione costante tra calore umano e distacco, come se la musica volesse evocare relazioni intime ma osservate da dietro un vetro opaco. I suoni elettronici non cercano mai l’effetto spettacolare; piuttosto, dialogano con elementi più organici, costruendo un paesaggio sonoro coerente e leggermente inquieto.

Uno dei punti di forza di ''Kaveriot korridor'' sta proprio nella sua capacità evocativa. Ogni brano appare come una stanza affacciata sullo stesso corridoio, con una luce diversa e un’eco specifica. Non c’è la volontà di stupire a tutti i costi, ma quella di suggerire, lasciare spazi vuoti, permettere all’ascoltatore di proiettare le proprie esperienze. È un disco che funziona meglio se ascoltato in sequenza, senza distrazioni, perché il suo senso emerge gradualmente, quasi per accumulo.

In definitiva, ''Kaveriot korridor'' è un lavoro introspettivo e coerente, che conferma la sensibilità di Rousseaux come autore attento alle sfumature più che ai colpi di scena. Non è un album che cerca il consenso immediato, ma uno di quelli che crescono con il tempo e con gli ascolti. Un passaggio silenzioso e denso, come camminare in un corridoio lungo e poco illuminato, dove ogni passo risuona più a lungo di quanto ci si aspetti. (Andrea Rossi)