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THE BOXER REBELLION "The second I'm asleep"
(2026 )
Vizi e virtù della maturità. A un certo punto della loro storia, i Boxer Rebellion sembravano destinati a perdersi nel nulla indistinto, in una nuvola come quella che campeggia in copertina, ossia a diventare una di quelle band di culto il che equivale a dire di nicchia, troppo sofisticate per il grande pubblico (ipnotizzato dalle mode) e troppo emotive per il cinismo dell'indipendenza.
Nati all'inizio degli anni Duemila tra Londra e l'eco internazionale della voce di Nathan Nicholson, hanno attraversato stagioni musicali, cambi di formazione e mutazioni, e forse ora hanno raggiunto l'identità piena.
Per fortuna non sono talenti sprecati. E forse è proprio questo il motivo per cui "The Second I'm Asleep", settimo album in studio, suona oggi come il disco più importante della loro fase compiuta.
Per capire davvero questo lavoro, che fa pensare ai bei tempi di gruppi come i Prefab Sprout o alle vicissitudini di mostri sacri come i Pearl Jam, bisogna tornare indietro. Ai chiaroscuri di ''Exits'', all'urgenza emotiva di ''Union'', alla scrittura cinematografica che negli anni ha trasformato la band in una presenza costante nelle colonne sonore emotive di una intera generazione, ossia quella cresciuta o solo invecchiata tra malinconia post-British e introspezione di competenza prettamente americana.
I Boxer Rebellion a dire il vero non hanno ceduto alle mode e hanno sempre abitato un territorio particolare: troppo atmosferici per essere soltanto alternative rock, troppo melodici per essere appannaggio di una snobistica élite. Forse qui sta il bello, la loro forza è sempre stata quella tensione continua tra controllo e vulnerabilità.
Con "The Second I'm Asleep" quella tensione ha il suo bel culmine espressivo e, senza accontentare nessuno, tiene desta l'attenzione. Forse il gruppo decide finalmente di fidarsi dell'istinto, chissà? Certo che qui si sente che l'urgenza di fare e suonare ha prevalso sul progetto fine a sé stesso, in cui molti anche grandi si sono arenati e persi.
Ecco quindi che, come tra le nuvole della copertina, c'è aria buona di alta montagna, le imperfezioni ci sono ma non sono tollerate semplicemente, sono accolte perché dicono comunque una verità incontrovertibile. Nessuna intelligenza artificiale potrà duplicarci, spero sia il pensiero di questi ragazzi.
Ed ecco che Nathan Nicholson canta come se avesse smesso di nascondersi o di proteggersi, non ha maschera né pelle, è tutto fragilità e naturalezza. Intorno a lui, Adam Harrison costruisce paesaggi sonori ampi e luminosi, mentre la sezione ritmica di Piers Hewitt e Andrew Smith tiene insieme il tutto con una precisione che non diventa mai freddezza o puro mestiere.
Chapeau, Boxers. Voto 8. Le dieci tracce dell'album sembrano fotografie sfocate di una generazione sospesa: il caos quotidiano, la difficoltà di lasciarsi alle spalle i fantasmi personali, il bisogno di ridefinire sé stessi in un mondo che cambia troppo velocemente e crudelmente. Temi che nei primi dischi della band emergevano attraverso una scrittura più astratta e notturna, mentre oggi vengono affrontati frontalmente, senza maschere. È qui che si percepisce l'evoluzione reale dei Boxer Rebellion: non nel suono, ma nel modo in cui scelgono di esporsi.
Anche la produzione racconta questa crescita. Il contributo di Rees Broomfield, Billy Bush e Kevin Grainger restituisce un album dal suono enorme ma mai artificiale. Ogni riverbero, ogni apertura melodica, ogni esplosione elettrica è calibrata per mantenere intatta l'umanità delle canzoni. È un disco che riesce nella cosa più difficile: suonare contemporaneo senza inseguire il contemporaneo.
Nel panorama attuale, dominato da reunion nostalgiche e revival costruiti a tavolino o noiosissime ristampe del già sentito e digerito, "The Second I'm Asleep" colpisce perché non prova a replicare il passato della band né a rincorrere nuove identità. Di David Bowie ne nasce uno al secolo e all'orizzonte per il ventunesimo non ce ne sono.
Quello che avete tra le orecchie, e che invito a metabolizzare pian piano, ascolto dopo ascolto, perché è un disco meditativo e di solerzia intima non certo da gridare sotto la doccia, è semplicemente il suono di quattro musicisti che hanno attraversato vent'anni di carriera imparando a convivere con le proprie ombre.
E forse è proprio questa consapevolezza a rendere il disco così potente. Non perfetto, ripeto, ma umano, molto umano. Per qualcuno, assuefatto al digitale sempre e comunque, lo sarà anche troppo. Peccato per lui. (Lorenzo Morandotti)