![]()
JOHN MELLENCAMP "Johnny Cougar: American dream (the mainman recordings 1976-1977)"
(2026 )
Viaggio nel tempo con un maestro da riscoprire e che per molti sarà una lieta scoperta.
''American Dream (The Mainman Recordings 1976–1977)'' non è un nuovo album di studio di John Mellencamp, e sarebbe auspicabile, ma una nuova, molto ampia raccolta d’archivio. Riunisce le registrazioni della sua primissima fase come Johnny Cougar, comprese ''Chestnut Street Incident'' (1976), ''The Kid Inside'' (registrato nel 1977 ma pubblicato solo nel 1983), l’EP ''US Male'', rarità e dieci incisioni precedentemente inedite.
L'edizione è uscita per Lemon/Cherry Red. La raccolta contiene complessivamente 45 tracce per circa 2 ore e 34 minuti (di musica ben superiore per qualità al piattume attuale) nella versione digitale, mentre il cofanetto fisico concentra i materiali in due CD, con dieci registrazioni inedite e un apparato editoriale comprendente nuove interviste a Tony Defries e fotografie provenienti dagli archivi MainMan.
''American Dream'' permette di ascoltare, quasi in laboratorio, la nascita di un'identità artistica che negli anni Ottanta sarebbe diventata una delle più riconoscibili del rock americano. Un mito, un’icona come si usa dire oggi. Una capsula del tempo preziosa.
Nel 1976 Mellencamp aveva appena 24 anni e si trovava in una situazione quasi paradossale. Aveva già una notevole quantità di canzoni, ma non aveva ancora trovato una voce personale compiuta. Tony Defries, manager ed ex collaboratore di David Bowie, lo aveva inserito nella propria organizzazione MainMan e aveva insistito sul nome Johnny Cougar, ritenuto più vendibile al pubblico americano.
Questa operazione di marketing dice molto anche sulla musica: Defries cercava di confezionare il giovane Mellencamp come una possibile risposta americana al successo di Bruce Springsteen. E infatti in brani come “American Dream”, “Dream Killing Town” e “Chestnut Street” si percepiscono già le coordinate del futuro heartland rock: provincia, lavoro, desiderio di fuga, frustrazione sociale, sogni piccoli e grandi, America delle strade secondarie. Il brodo di coltura del Boss insomma.
Ma la cosa sorprendente è che Mellencamp non era ancora Springsteen e non aveva bisogno di esserlo. E la sua storia artistica vista nel dettaglio sta a dimostrare che ha cercato sempre di essere fedele a sé stesso.
Il primo CD, costruito intorno a ''Chestnut Street Incident'', è probabilmente il più affascinante dal punto di vista storico e farà la gioia dei fan della prima ora. L'apertura con “American Dream” è quasi programmatica: chitarre secche, basso molto presente, struttura rock essenziale e una voce ancora acerba, ma già riconoscibilissima. È un Mellencamp lontano dalla produzione brillante di ''American Fool'' o ''Scarecrow'': più ruvido, più provinciale, persino un po' impacciato. Ma proprio questa imperfezione gli conferisce autenticità.
“Dream Killing Town” è invece uno dei primi veri gioielli della produzione del rocker americano. La canzone possiede già quella capacità narrativa che diventerà centrale nel Mellencamp maturo: il paese piccolo come prigione psicologica, il desiderio di diventare qualcuno, l'impressione che l'America prometta molto più di quanto poi riesca a mantenere. È ancora una scrittura acerba, ma la materia prima dell'autore è già lì, intatta e primordiale.
Un altro aspetto fondamentale che giunge immediatamente all’orecchio è la quantità di cover che il cofanetto restituisce. “Oh Pretty Woman”, “Jailhouse Rock”, “Do You Believe in Magic?”, “Hit the Road Jack”, “The Man Who Sold the World” e altri brani mostrano un musicista che sta ancora costruendo il proprio vocabolario attraverso la musica che ama, che rappresenta la sua passione e l’identità di milioni di potenziali fan.
Insomma, il giovane Cougar non nasce come cantautore "puro", isolato nella propria mitologia. Nasce come rocker onnivoro, assorbendo rockabilly, soul, folk-rock, glam e hard rock.
E Bowie è particolarmente interessante, non è solo la moda del momento. La presenza di “The Man Who Sold the World” mostra quanto la sensibilità di Mellencamp fosse ancora aperta alle sonorità britanniche e glam-rock, ben prima che trovasse quella precisa grammatica americana che diventerà il suo marchio.
Il secondo CD è forse ancora più prezioso. ''The Kid Inside'' fu registrato nel 1977 ma rimase inedito fino al 1983, quando Mellencamp aveva ormai superato la fase Johnny Cougar e aveva ottenuto il successo che meritava e che ancora oggi lo identifica nella memoria collettiva con ''American Fool''.
La raccolta permette quindi di ascoltare un album concepito quando il protagonista non era ancora arrivato alla propria destinazione. Brani come “Kid Inside”, “Take What You Want”, “Cheap Shot”, “Sidewalks and Streetlight”, “American Son”, “Young Genocides” e soprattutto “Too Young to Live” ampliano il quadro. Non c'è più soltanto il ragazzo che vuole uscire dalla provincia: cominciano a comparire conflitto generazionale, alienazione, violenza, sessualità, disagio sociale.
Il titolo stesso, “Kid Inside”, sembra quasi anticipare il personaggio che Mellencamp costruirà negli anni successivi: l'adulto americano che continua a portarsi dentro il ragazzo della provincia.
Dal punto di vista vocale, queste registrazioni sono molto lontane dal Mellencamp maturo che conosceremo nei scintillanti e futili anni Ottanta dell'edonismo reaganiano. La voce è più sottile, talvolta nasale, meno autorevole. Non possiede ancora quella ruvida combinazione di ironia, malinconia e aggressività che renderà inconfondibile “Jack & Diane”, “Pink Houses” o “Rain on the Scarecrow”. Eppure il timbro è già riconoscibile.
La tecnica vocale migliorerà; la produzione diventerà più sofisticata; la scrittura si farà più precisa. Ma quella particolare nasalità, quella leggera ruvidità e soprattutto quel modo di mettere le parole davanti alla melodia sono già presenti.
Un dato va tenuto presente. Queste registrazioni non hanno la compattezza e la definizione sonora delle grandi produzioni di Mellencamp degli anni Ottanta. Il basso, le chitarre, la batteria e la voce non sono sempre integrati con la stessa precisione. Insomma: sentiamo un giovane musicista ancora alla ricerca di un produttore, di un suono e soprattutto di una direzione.
E le numerose versioni alternative rendono evidente il processo. Ci sono demo, alternate mix, alternate vocal, versioni acustiche e differenti versioni di brani come “Jailhouse Rock”, “Chestnut Street”, “Little Heroes”, “Gearhead” e “I Just Wanna Be Black”.
Tra le rarità più curiose c'è “I Just Wanna Be Black”, brano dall'impostazione electro-funk che si discosta decisamente dall'immagine dell'americano da provincia che Mellencamp costruirà in seguito. È uno dei motivi per cui questa raccolta è più interessante di una semplice ristampa filologica come ormai il mercato ci ha abituato a frequentare facendo sborsare somme ingenti ai collezionisti di antichità musicali: mostra quanto fosse ancora aperto il suo percorso.
Come detto, il giovane Mellencamp poteva passare dal rock'n'roll di Elvis al Bowie più oscuro, dal soul al funk, dal cantautorato alla Springsteen fino a tentativi decisamente più eccentrici. La grande virtù di ''American Dream'' è proprio questa: non riscrive retroattivamente la storia di Mellencamp. Non cerca di convincerci che nel 1976 fosse già l'autore di ''Scarecrow''. Non lo era.
Ci mostra invece un musicista in fase di maturazione costante, indubitabilmente dotato, senza tema di smentita molto ambizioso, a volte ingenuo, ma con una qualità che emerge continuamente e che questo album traduce con una selva di emozioni rara: sa raccontare persone e luoghi. E questa è forse la sua caratteristica più importante.
Ancora prima della piena maturità musicale, Mellencamp aveva capito che il rock poteva parlare non soltanto di sesso, automobile, ribellione e grandi sogni, ma anche di una strada qualsiasi, un bar qualsiasi, un ragazzo qualsiasi che pensa di essere destinato a qualcosa di più. Con il senno di poi, questa storia ha meritato di essere raccontata e di giungere fino a noi distratti ascoltatori immersi nella mediocrità asfissiante del XXI secolo (o almeno del suo primo quarto) e stupisce ancora per l’acerba potenza che sa esprimere.
Voto 8. (Lorenzo Morandotti)