ZETSU  "Uomini siate e non pecore matte"
   (2026 )

Terminate (sigh!) le ferie, avevo bisogno di una scossa, di un forte sussulto per togliermi la polvere neuronica accumulata sotto l’ombrellone, e che mi rimettesse sulla corsia analitica dei nuovi dischi in uscita con nuova energia.

Quindi ho approfittato per farmi travolgere dallo squassone del debut-album “Uomini siate e non pecore matte”, firmato dal formidabile power-trio friulano degli Zetsu.

C’è rabbia, c’è invettiva, c’è tanta corrosione nei 7 brani in elenco, e son davvero chimerici gli atti di tregua che si possono riscontrare: ma (diciamola tutta…) va più che bene cosi, eh?

Già il singolo “Pecore matte” surriscalda il motore dell’opera con verve formidabile, mentre la grunge-noise “Carri allegorici”, dall’apparenza pigra e sorniona, scatena un mezzo inferno verbale che rimanda agli strali stralunati dei Mistonocivo.

Il tribale intermezzo strumentale di “Deposizione” annuncia la schizzata “Kygo”, tra spoken-word e scottate verbali: tanta roba ustionante, ed il fatto è che la ferocia narrativa del combo Sandonatese non si attenua nemmeno al cospetto di un episodio “Apocrifo” e dolente.

Imprecano al cielo, vomitano addosso alla Società egoista, che rilutta qualsiasi buonanima cosi, a ca…volo di cane, perché per lei siamo cani sguinzagliati a casaccio, inutili fardelli erranti, masse di carne umana destinata al macello.

Ma era cosi anche in principio? Macchè! “In principio era un cazzo”, rispondono i Nostri dissacratori nichilisti e, soltanto con l’intro-parlato di Battiato in “Uomini siate”, sembrano nutrire un alito di fiducia in più, ma sempre con l’accortezza di non abbassare mai la guardia da qui all’eternità (?).

Speriamo… (Max Casali)