ZOJ  "May the devil's ear be deaf"
   (2026 )

Il terzo lavoro per gli ZÖJ, “May The Devil's Ear Be Deaf”, è un'esperienza immersiva, come le due precedenti. Il duo iraniano – australiano definisce la propria musica “neo-persian experimentalism”, così leggo sulla loro pagina Bandcamp.

È una definizione azzeccata, perché il lato sperimentale è evidente, e sta nella ricerca della dilatazione strutturale dei brani, e nell'evitare il crescendo per giungere a una catarsi, preferendo spalmare l'emozione in tutta la durata dei pezzi.

E funziona. Uscito per Parenthèses Records, l'album contiene 4 brani, lunghi ciascuno dagli 8 ai 10 minuti, e la voce di Gelareh Pour non ha bisogno di raggiungere picchi esplosivi. La drammaticità viene espressa nei toni intermedi e prolungati, mentre il batterista Brian O' Dwyer la accompagna creando tappeti percussivi quasi da rituale, onnipresenti e ipnotici ma mai invadenti, sempre a un volume discreto.

Il lato neo-persiano indica gli strumenti a corda che Pour suona, oltre allo stile vocale: kamancheh e ghaychak. Se in “Termites” la voce è protagonista assoluta, accompagnata da percussioni tintinnanti, in “Desert motreb” sono gli strumenti a far da padrone, che poi si incontreranno in “Woe to the ear” e in “She sleeps with genies”.

Che sia la voce o il kamancheh o il ghaychak, la ricetta è la stessa: esplorazione del suono ed espressione di vulnerabilità. Diciamo che l'album è pressoché simile ai precedenti, e in questo caso non è un problema, perché la bellezza di questa formula è ben lontana dall'esaurirsi. La pelle d'oca è garantita, e anche l'involontaria apertura, da parte di chi ascolta, a riflessioni esistenziali. (Gilberto Ongaro)