CHESSIE + CONTRIVA  "Black jacket"
   (2026 )

Ho sempre ritenuto le collaborazioni artistiche un punto di forza, nonché un bel segnale di umiltà che fa bene alla creazione di bella musica.

Credevo inoltre che due bands potessero interfacciarsi solo se lavorassero relativamente vicine tra loro, ma non avrei mai scommesso che i Chessie di Washington e i berlinesi Contriva potessero mettere in atto una sinergia che dura da anni, macinando migliaia di chilometri!

Eh, beh… magia della musica e forza della passione, altrimenti il tutto sarebbe chimerico da attuare.

Quindi, dò volentieri risalto a questi due tenaci gruppi, che immettono sul mercato (grazie alla Watusi Records) la ricca tracklist di “Black Jacket”: 12 brani per 52 minuti strumentali, ornati ad arte con lavorati di ambient, post-rock e sperimental-style.

Si entra con la rilassante “Take me to hiddensee”, la frizzante-wave di “Magenta” ed il cheto incedere di “Vermillion”: ecco, tanto per capire l’ampia poliedricità del doppio combo.

Poi, entrando nella “Cabina A” sembra di perdersi negli antri di un labirinto horror, ma ci si salva presto con le rassicuranti “Hellblau” e “Brunswick Green”, mentre le incalzanti “Point no point” e “Celadon” corrono sui rettilinei dinamici dei primi Cure, con tanto di “bassone” prepotente.

Addirittura, in “Lunar White” Chessie + Contriva formulano un episodio tra post, noise e fibre jazzy: immaginate che roba geniale! Ma l’incanto prosegue con l’eclettica “Dalecarlia Always” con tanto di estrosità incorporea.

Arrivati ai saluti, i protagonisti piazzano l’ardente “Fugitive”, non tanto per il calore intrinseco ma per dar corpo ad una conclusione pulsante, irriverente, sulla scia dei Monochrome Set di “In love, Cancer?”.

Insomma, innestando sperimenti in divenire, i Chessie + Contriva dimostrano una sontuosa maestria nel miscelare texture d’alto rango, senza rinunciare alle proprie identità, fondamentali per non smarrire non solo la loro capacità compositiva ma, soprattutto, un’incredibile resilienza collaborativa, dove la distanza sembra un trascurabile dettaglio e che, invece, proprio non lo è.

Applausi, please… (Max Casali)