CLUB CACTUS  "3"
   (2026 )

Tra inciampi, cadute e risalite, la vita ci propone (da sempre) un menù misterioso ma prettamente gustoso ed affascinante.

Tutto ciò è paragonabile alla trilogia esistenziale che il combo dei Club Cactus ha voluto effigiare negli spartiti del nuovo album “3”, plasmato con tanti umori contrapposti come, d’altronde, propone il quotidiano di ognuno di noi, tra esplosioni di gioia ed impatti inaspettati.

L’itinerario dell’opera si snoda per una mezzoretta carica di vari humus, spaziando tra ritmie smaniose e tensioni perenni, ma il duo formato da Anthony Laguerre e Jean-Michel Pirès sa fornire le giuste suggestioni per rimanere attaccati all’ascolto.

All’ingresso, spiccano gli insoliti tribalismi di “Por vezes” e “Ya Lil, Ya Sbleen”, delineati tra oniricità e pura follia, ma neanche “Politics” concede tessuti di normalità esecutiva, poiché al combo francese piace molto sperimentare, deflagare e plasmare suoni con griffe schizoide.

Accenni di rinascita umorale si riscontrano nel nucleo di “Tomaneh”, comunque sofferta e dolente, mentre in “Anada” il tonfo è terribile, come cadere in un'immensa vasca vuoto ed annaspare per tentare di uscirne con poche speranze di saltarci fuori.

Sghemba e tremendamente paranoica è, invece, l’eterea “She dead” e, a chi ascolta, vien voglia di schiacciare il tasto del salvavita Beghelli per non rimaner soffocati da cotanta claustrofobia.

Nell’incubo finale di “Crie(s)” si viene avviluppati in un loop alienante, tra grida disperate e tamburi martellanti. Amen. (Max Casali)