DONOVAN  "The very best of Donovan"
   (1988 )

“Menestrello” è un termine ormai un po’ abusato: a parte il significato originario di cantore-giullare medievale, in genere nel linguaggio attuale indica un compositore di ballate acustiche in cui si fa largo uso di strumenti inconsueti per la musica moderna, associato all’uso assai tradizionale della comune chitarra. Ma poi per estensione è diventato sinonimo di chiunque sia partito da radici folk, e in questo modo anche uno come Bob Dylan, che già nel 1965 aveva sterzato decisamente verso il rock, si è ritrovato bollato a vita come menestrello. Un esemplare perfetto, in piena regola, forse il primo in assoluto a potersi fregiare di questo titolo, è stato Philip Donovan Leitch, in arte Donovan e basta, che nella seconda metà degli anni ’60 è riuscito ad imporre ad un ampio pubblico il suo suono un po’ ingenuo, fatto di colori pastello, di quadri bucolici disegnati con strumenti classici come violini, flauti e clavicembali, ma anche esotici come il sitar. Una ben più ricca e appariscente fioritura di spettacolari suoni dal sapore antico sarebbe esplosa a partire dai primi anni ’70 con i grandi gruppi progressive, ma l’indubbio merito di questo cantautore scozzese resta quello di aver dato con la sua semplice intuizione il via alla tendenza, che si è protratta con alterne vicende fino agli anni ’90, con la riscoperta della musica celtica e la sua contaminazione con moderni suoni elettronici. La ricca collezione “The Very Best Of Donovan” copre un periodo che parte dal 1965, in piena era Beatles, preistoria della musica leggera moderna, e finisce proprio negli anni ‘70. Fin da allora Donovan era orientato verso questo tipo di folk, quasi sempre basato su un magistrale uso delle chitarre acustiche. In questo fu precursore di Cat Stevens, che qualche anno dopo avrebbe portato il genere della ballata acustica “all’inglese” ai suoi massimi splendori. Tra queste delicate e rilassanti canzoni spiccano “Catch The Wind” e “Atlantis”, grandi successi all’epoca, ma molto più interessanti sono proprio alcune delle meno note, come l’incantevole “Guinevere”, in cui una tranquilla beatitudine pastorale convive miracolosamente con un sitar indiano, la quasi altrettanto struggente “Sailing Homeward”, dove la timida voce, tenue e un po’ debole, di Donovan è sostenuta da sublimi arpeggi di chitarre acustiche, così come nella dolcissima e onirica “Lalena”, dove si aggiungono flauti angelici. “Celeste” è un profondo tuffo in un tempo remoto scandito dal trillo del clavicembalo, e altre riuscite visioni di mondi fatati e ormai perduti sono “Colours” e “Jennifer Juniper”, quest’ultima dal sapore così agreste che qualcuno l’ha ritenuta adatta ad accompagnare le pittoresche ma fasulle immagini di uno spot del Mulino Bianco. Le favole e i sogni sono senz’altro l’habitat ideale di Donovan: niente di più lontano dall’angoscia palpabile e concreta di un Bob Dylan, che proprio in quegli anni aveva ormai lasciato quasi definitivamente la vecchia strada folk. La frequentazione con fate, gnomi ed elfi spesso può far raggiungere vette celestiali, da cui però c’è il rischio di scivolare rovinosamente verso la filastrocca: è il tallone d’Achille dei menestrelli, ivi compreso il nostro Branduardi. Così vengono fuori cose come “Maria Magenta”, “Barabajagal”, “Riki Tiki Tavi”: per le ultime due i titoli parlano da soli, e in fondo anche quello che rimane il suo più grande hit, “Sunshine Superman”, si salva solo grazie al suo ritmo asimmetrico e originale. Fa un po’ razza a sé “Hurdy Gurdy Man”: qui i colori tenui si sono già un po’ sporcati, al punto che compare perfino una chitarra elettrica distorta, innestata su una ricca base acustica. “Mellow Yellow”, altro grande successo, è un altro “unicum” del cantautore scozzese, con la sua fusione di brio beatlesiano e di cadenze vagamente jazzeggianti. Comunque nel complesso questa raccolta è ottima per chi vuole visitare il mondo visionario di Donovan, con i suoi picchi e le sue scivolate. (Luca "Grasshopper" Lapini)