WILLY WONKA WAS WEIRD  "Lasciamoci il nulla per questo infinito"
   (2021 )

Mettiamo le cose in chiaro. Sono uno che considera Flavio Giurato – almeno la triade dei primi dischi, 1978-84) – uno dei geni assoluti della canzone d’autore italiana, e invidio chi ancora non lo sa. Accanto a Dalla (sì, compreso quello di ''1983''), certo Fossati (con juicio) e De André. E sono – attenzione - anche uno che stima i dischi del Battisti panelliano e dance post Mogol allo stesso livello dei migliori esiti della prima fase più popolare. E ancora. Sono uno che apprezza gente come i Tarm e i Bachi da Pietra di ''Quintale'' e anche per questo ritiene spazzatura il 90% di quello che passa in radio (e parlo sia di italiani che stranieri), e per trovare un buon motivo per tenere il dito lontano dalla rotella della sintonia “gyro touch” del mio Marantz Esotec devono propinarmi qualcosa che ha quasi la metà dei miei anni.

Tutto ciò – de gustibus… - per dire che quando il direttore mi ha affidato il grato compito di recensire l’album di Willy Wonka Was Weird (uno che la diversità e la voglia di spiccare il volo oltre la m(el)assa conformista ce l’ha nel nome) avevo i miei bei rospi di pregiudizi da mandare giù. Insomma, che vuole questo? Dove vuole andare a parare? Che novità incarna?

Lo dico soprattutto per andare oltre le sintetiche unità informative disseminate nel pdf del comunicato stampa: dicevano il vero? Anticipo l’esito: Wonka mantiene quel che promette, anche se potrebbe fare anche meglio, basterebbe applicarsi, sfidarsi. Cosa ha da perdere? Ma il mondo lo ascolterà, gli darà ciò che merita? Riuscirà a rimanere sé stesso?

Siamo di fronte a un disco sicuramente ambizioso e originale negli intenti e negli arrangiamenti (qua e là si ammicca al suono in stile “4ad” di certi Cocteau Twins, ma la palette delle sfumature soniche è molto ampia), che è un lavoro curato lo capirebbe anche un sordo e uno che ha passato l’esame audiometrico pagando bustarelle, anche a una prima sommaria degustazione. Ma bastano sei brani per rendersi conto della qualità di un disco, di un autore, di un interprete? Se sono pensati progettati e cucinati come si deve, se veicolano un pensiero e non rumore e vuoto pneumatico mentale, basta e avanza, sì.

Partiamo dalle note di merito. Sedriano (provincia di Milano) deve ringraziare Willy Wonka per avercela fissata nella mente e sollevata (come un inno, come ''Nebraska'' del Boss) dalle nebbie della sempre tragicamente uguale periferia meneghina nella canzone che ha ispirato. Era dai tempi di ''In Lombardia'' del chitarrista di Battiato Alberto Radius (da “Gente di Dublino”, disco da riscoprire nell’ormai prossimo 40ennale) e dai tempi di certi brani di primi anni Duemila degli Afterhours, o di certi racconti di Giorgio Falco (''L’ubicazione del bene'') e certe pagine di ''Febbre'' dell’osannato scrittore Jonathan Bazzi che la nebbiosa malinconia grigio topo della profonda periferia della metropoli da bere lombarda, con le sue angosce e le sue storture (parbleu, dimenticavo i gialli di Scerbanenco e di Renato Olivieri…!) non veniva così efficacemente rappresentata in una forma d’arte popolare, in questo caso la forma canzone. C’è, mannaggia, anche un richiamo a Berlino, la stessa dell’immenso lombardo-sanremese Garbo, al secolo Renato Abate.

Tutto bene? E i punti dolenti? Beh, il nostro forse vuol spiccare il volo, non è certo l’aquila che si crede un pollo dei libri motivazionali di De Mello, riesce a sfiorare significative altezze e lo sa, ma sarà colpa della voce, dell’intonazione alla fine prevedibile e di non immensa escursione, ma a volte sembra che non riesca a osare troppo, a volte è proprio evidente. La tentazione di credersi polli riaffiora. E allora proprio per questo in qualche passaggio di queste canzoni lo vorremmo più sperimentale e scaleno in certi tratti (urla come Roger Waters in ''Careful with that axe, Eugene'', a un certo punto, e lo fa su un tappeto di cori new age che si vorrebbero più gospel, ma ci vuol altro anche se lo sforzo è senz’altro apprezzabile); lo vorremmo magari più ironico come l’inarrivabile Rino Gaetano antisistema, e già che ci siamo lo vorremmo anche più socialmente incazzato visti i tempi cattivi che dobbiamo digerire, più Appino degli Zen Circus (o l’Appino dell’album solista) per intenderci.

Insomma, vorresti un’utilitaria che tira come una Lambo e sia capiente ed ecofriendly come un Suv Tesla: che pretendi da costui? Capiremo poi ascolto dopo ascolto – eh sì, questo è un disco che va degustato come un elisir meditativo, una buona grappa d’alpeggio come quella della Cianeva dela Sgnapa di Vigo di Fassa, altro che biberon edulcorati allo spriz da ingollare all’ora canonica dello sballo tollerato al venerdi sera - capiremo che la meta a cui tende WWWW nella sua ascensione ascetica è somma, un Gran Capucin della canzone ossia l’equilibrio tra gli opposti, poetici e sonici: ambizione altissima, forse irraggiungibile.

Ah, si diceva che è un disco che suscita domande. Insomma, dove va la scena indipendente? Vuole emanciparsi da sé stessa, dalle chimere del vuoto televisivo (reality e affini)? “Prevenire per preservare” è il motto del premier Mario Draghi durante la quarta ondata pandemica e pare sia anche quello del nostro Willy Wonka. Prevenire le facili soluzioni schematiche, guardare oltre ma anche preservare quanto di buono la scena musicale ha tentato e prodotto in questi anni del terzo millennio, in Italia (su tutte, la factory La Tempesta Dischi).

Alla sua prova forse più matura e convincente per ora, ma non senza discontinuità e punti di frattura, Willy, al secolo Paolo, gioca scartando l’avversario (“Ti proteggerò, lo giuro” canta onorando ''La cura'' di Battiato), sornione, cerca e spesso imbocca strade alternative e laterali per riprendersi “ciò che ha perso e quello che non ha”, come la generazione di cui potrebbe essere autorevole portavoce. “Non lasciare quello che non hai / tutto un giorno tornerà”, recita il brano più filosofico del nostro, ''Di(o)dio'', che fa l’occhiolino al titolo di un romanzo dell’urologo del San Raffaele Andrea Salonia edito dalla Nave di Teseo, ma anche agli irripetibili e irraggiungibili Csi di ''Tabula rasa elettrificata'').

''Di(o)dio'' è l’inno zen anticonsumistico (perfetto ad usum gretini) e un invito a lasciarsi andare nel flusso della vita, accettandola come l’unica ipotesi bellissima che ci viene concessa. Il verso “lasciamoci il nulla per questo infinito” che dà il titolo al disco racchiude un mondo, essa pure una filosofia di vita: andate (e moltiplicatevi, visto che siamo una nazione di vecchi in questi tempi deteriorati dall’abitudine) nel flusso e non fermatevi soprattutto alla mera apparenza, all’inganno del numero, della quantità, a discapito della qualità, come disse il filosofo René Guenon. Non limitiamoci alla superficie. Con quell’aspetto e quei cappelli che farebbero scappare Jamiroquai, se Willie Wonka si presenta all’uscio di casa non ci faresti uscire tua figlia volentieri, ma poi sentendo come lo canticchi come un mantra sotto la doccia con quel suo coretto alla Lou Reed nella canzone ''Cala la nebbia su Sedriano'' che entra nelle orecchie (certo, lo fanno anche gli acari coi gatti ma è un’altra storia) senti che potresti persino arrivare a duettare con lui in un mezzanino della metro o in un rondò della periferia milanese, chiedendo in prestito a una lucciola moldava o nigeriana una poltroncina di plastica umida di nebbia.

Con quei suoni, con quelle parole, WWWW lo vedresti bene anche sul palco fumoso di un locale che non c’è più – magari insieme a gente come Paolo Benvegnù e i suoi Scisma a fine anni Novanta: il Tunnel (“uscita nuovi suoni” diceva lo spot in radio). Teso come una corda di violino tra George Harrison e Jeff Buckley - di cui su Youtube – ha 32 iscritti al canale, fa tenerezza, orsù sostenetelo un pochino - coverizza la cover da Leonard Cohen, ''Hallelujah'' – Willy Wonka Was Weird alla fine però ascolto dopo ascolto sa spiazzare e ci regala in questa manciata di brani anche aforismi degni del migliore Manuel Agnelli, in un altro ritornello da urlarsi nella testa magari mentre si sta in coda in tangenziale o per pagare un F24 in posta: “le persone non sono cosi sante / ognuno ti uccide a modo suo”. Impagabile, da incorniciare. Chapeau.

In sintesi? Voto 7 tutto sommato meritato, e come dicevo all’inizio ho gusti difficili e strambi come l’arcigno recensore gourmet di Ratatouille. Non si monti la testa il nostro Wonka (almeno non come vuole la vulgata mainstream della sub-musica odierna, allora molto meglio finire come Syd Barrett o Nick Drake) ma vada avanti così che promette piuttosto bene. Lo aspettiamo on stage e naturalmente al prossimo disco, magari accompagnato da un quartetto d’archi o un trio jazz. È ora di osare. I tempi sono cambiati, arrangiatevi direbbe Totò. (Lorenzo Morandotti)