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MESUDI'  "Nodi"
   (2023 )

Anche per coloro che – io in primis - siano meno avvezzi a lasciarsi abbracciare dalle pur sinuose spire della world-music, album come questo rappresentano un richiamo irresistibile, un canto di sirena che ammalia ed attrae. Le sirene sono ben tre: le calabresi Elisa Surace e Francesca Flotti, e la salentina Claudia Ugenti, affiancate dal percussionista romano – anche apprezzabile cantante - Simone Pulvano.

Varato nel 2019, fondato su una incessante ricerca sonora e culturale, collaudato in questi anni attraverso una consistente attività live, il progetto Mesudì debutta su disco con le nove preziose tracce di “Nodi”, esordio ricco e sfaccettato, pervaso da un afflato che sa di universalità senza luogo né tempo.

Interamente incentrato sul connubio tra voci e percussioni, l’album si orienta con decisione verso una visceralità tipicamente sudista, fondata sull’esaltazione dei dialetti e su una provvida armoniosità degli impasti vocali, offrendosi nella prima parte ad esperimenti di sincretismo che realizzano un fruttuoso intreccio tra bel canto e consistenti parti rap (“Anvaca”), nella seconda ad una omogeneità figlia di trame più legate al folklore tradizionale.

Mai cedendo alla tentazione del virtuosismo, “Nodi” conserva intatta la sua anima popolare, senza indulgere a derive cervellotiche o ad improvvide forzature, conservando altresì una suadente eleganza, dispensata in composizioni variegate e cangianti: il rallentamento ossessivo e dolente di “Voca sia”, spento in una coda che è un ninnare pacificato, notte placida dopo l’incubo; le tentazioni etniche di “Scafuliandu”, aria che ricorda il De André del periodo tra “Creuza de mä” e “Le nuvole”; le contorsioni di “Quando rimo”, in apparenza rap old-style, un po’ Caparezza, un po’ Frankie hi-nrg, in realtà brano che evolve maestoso in poco più di cinque minuti, infilandosi in un ritmo gitano con tanto di basso dub ed annesso trattatello di storia della letteratura; il battito spinto e contorto à la Vinicio Capossela di “Improcondria”; l’irresistibile swing in romanesco di “Eppure era così”; il piglio dolente di “Occhi turchini”; il folk scarnificato, con avvolgente chitarra flamenca, di “Matri a tocchi”; la chiusura per voce narrante e chorus in inglese di “Gianna e Peppi”, suggestiva nel suo mood così antico ed intimo.

E’ il suggello ad un album equilibrato, ricco di fascino, estasiante a tratti, un emozionante viaggio tra memorie e sentimento. (Manuel Maverna)