recensioni dischi
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STEFANO DENTONE & THE SUNDANCE FAMILY BAND  "Growin' up blues"
   (2024 )

Una voce e un tappeto sonoro che a me, per vie subliminali che andrebbero indagate per via neuronale se non psichiatrica, hanno fatto venire in mente il Bob Seger di "Against the wind" e soprattutto il mitico Gram Parsons (ricordate la sua tragica avventura post mortem, con il cadavere trafugato perché voleva essere sepolto a Joshua Tree?).

Ecco, però non basta dire cose come queste per raccontare, anche se sei innamorato della Band, dei Jefferson Starship e di Neil Young allo stesso modo, le evocazioni e la magia di questo wormhole musicale granitico eppure leggero (di quella leggerezza evocata da Italo Calvino) che è il disco di cui stiamo discettando invogliandovi a comprarlo, e a spremervelo per benino nelle orecchie.

Qui siamo certo in un perimetro di omaggio alle radici, di culto devoto ma non acriticamente osannante ossia fideistico, ossia non frutto di dissezione cadaverica. Qui l'anima del country blues è una fiamma accesa, un palpitente destino, una viva e presente eredità che, grazie all'energia di questi artisti riuniti nell'album, lotta insieme a noi, io dico anche per depurarci le orecchie da tanta melma musicale purtroppo circolante.

"Sono un musicista indipendente originario della riviera ligure, ma trapiantato a Livorno. Cantautore, cantante e chitarrista, ho avuto esperienze sia in Italia che negli U.S.A. Dopo anni trascorsi a studiare e a suonare rock’n’roll nei locali del circuito “underground” italiano, nel 2002 autoprodussi il primo album con canzoni mie - si racconta così Stefano Dentone - Il mio genere è quello studiato negli anni della formazione: rock di matrice americana con forti influenze blues e country, scritto sia in lingua inglese che italiana".

Ma siamo di fronte a qualcosa di più di un onestissimo esercizio di alto artigianato musicale, qui siamo al tailor made acustico, ricco, denso di sfumature che cogli ascolto dopo ascolto, e ti viene voglia di rispolverare vinili e cd, di salutare la primavera con un pensiero agli States, di ringraziamento per quanto hanno comunque e sempre portato al mulino della buona musica, e pensando anche a come sono messi adesso, dovendo scegliere tra due mummie come Trump e Biden, che il dio della musica conservi quanto di buono hanno da darsi e da dare al mondo.

Un disco che è un viaggio, verrebbe da dire on the road se non fosse una categoria retoricamente abusata. Confezionato con cura certosina, come forse solo gli italiani sanno fare. L'album, che vede la partecipazione su quattro canzoni della polistrumentista Valentina Fortunati, conta undici tracce originali. Una più riascoltabile dell'altra, tecnicamente ineccepibili, per cui va tributato l'opportuno chapeau alla Sundance Family Band che accompagna Dentone nel progetto con contrabbasso, chitarra acustica e batteria che guidano il ritmo.

Il violino, il mandolino aggiungono il sapore folk, mentre le chitarre elettriche portano calore ed echi di rock classico. Viva Stefano e la sua inossidabile, gagliarda, "mai più senza" Sundance Family Band. Ce ne fossero di musici così, altro che Sanremo, la musica con la emme maiuscola fatta in Italia ha ben altro e Stefano ce lo testimonia con autorevole caparbietà. Voto 9, e andateli a sentire dal vivo con una buona birra. (Lorenzo Morandotti)